Progettista Multimediale Davide Spallacci

Come funziona una macchina fotografica digitale

Luglio 8, 2008 · Lascia un Commento

La sola vera differenza fra una macchina fotografica digitale

e una a pellicola risiede nel fatto che la macchina digitale

non utilizza pellicola per registrare un’immagine.

Tuttavia, quest’unica fondamentale diversità influenza

tutti i dispositivi all’interno della macchina,

dall’obiettivo all’esposimetro. Di conseguenza è importante

apprendere esattamente che cosa accade

dentro la propria macchina digitale.

1.1 Qualcosa di vecchio, qualcosa

di nuovo

Proprio come farebbe una macchina fotografica tradizionale,

la vostra macchina digitale registra un’im2

Come funziona una macchina fotografica digitale

magine per mezzo di un obiettivo che focalizza la

luce su di un piano focale. In una macchina a pellicola,

la luce viene fatta convergere da una lente

(l’obiettivo) attraverso un’apertura e un otturatore,

fino a raggiungere una porzione di pellicola posizionata

sul piano focale. Chiudendo e aprendo l’apertura,

e variando il tempo di apertura dell’otturatore,

un fotografo può controllare come la pellicola viene

esposta. Come si vedrà più avanti, il controllo dell’esposizione

permette al fotografo di cambiare il livello

al quale la macchina congela l’azione, di controllare

quanto accuratamente la pellicola registra le informazioni

sul contrasto e sulla saturazione, e quali

parti dell’immagine risultano a fuoco.

La vostra macchina digitale funziona allo stesso

modo, ma invece di una porzione di pellicola sul

piano focale, si ha invece un particolare chip detto

CCD (Charge Coupled Device, dispositivo ad accoppiamento

di carica). Inoltre, come vedremo, la

maggior parte delle macchine digitali non hanno un

vero e proprio otturatore meccanico.

Quando si scatta una foto con una macchina digitale,

il CCD campiona la luce che passa attraverso

l’obiettivo e la converte in segnali elettrici. Si tratta

di segnali molto deboli che devono essere prima

amplificati e poi e inviati a un convertitore analogicodigitale

che trasforma i segnali in numeri. Questi

numeri vengono poi passati a un computer interno

per l’elaborazione. Una volta che esso ha calcolato

1.1 Qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo 3

l’immagine finale, i dati della nuova immagine sono

archiviati in una memory card (Figura 1.1).

Figura 1.1: La luce entra in una macchina digitale

esattamente come farebbe con una macchina tradizionale

a pellicola. Solo che, invece di impressionare

una porzione di pellicola, viene digitalizzata da un

microchip e passata a un computer interno che crea

l’immagine definitiva.

Per meglio comprendere come funziona una macchina

fotografica digitale, però cccorre conoscere qualcosa

in più per quanto riguarda il colore.

4 Come funziona una macchina fotografica digitale

1.2 Cenni di teoria sul colore

Nel 1869 James Clerk Maxwell chiese al fotografo

Thomas Sutton (l’inventore della macchina fotografica

SLR, reflex monobiettivo) di fare tre fotografie in

bianco e nero di un nastro di stoffa a motivi tartan.

Maxwell voleva verificare una sua teoria a riguardo

di un possibile metodo di creazione di fotografie a

colori. Chiese quindi a Sutton di disporre sulla macchina

un filtro differente a ogni scatto: prima un

filtro rosso, poi verde, poi blu. Dopo che la pellicola

fu sviluppata, Maxwell proiettò tutte e tre le fotografie

in bianco e nero su uno schermo, utilizzando tre

proiettori equipaggiati con gli stessi filtri usati per le

fotografie.

Quando le immagini vennero proiettate l’una sull’altra,

esse si completarono a vicenda e Maxwell

ottenne la prima fotografia a colori in assoluto.

Inutile aggiungere come questo fosse un procedimento

tutt’altro che pratico. Ci vollero purtroppo

altri trent’anni per trasformare la scoperta di Maxwell

in un prodotto commercializzabile. Ciò accadde

nel 1903, quando i fratelli Lumiere utilizzarono delle

tinte rosse, verdi e blu per colorare grani di amido

che potevano essere applicati a lastre di vetro per

creare immagini a colori. Essi chiamarono questo

processo Autochrome e si trattò del primo processo

riuscito di stampa a colori.

A scuola avrete probabilmente imparato che è

1.2 Cenni di teoria sul colore 5

possibile mescolare insieme i colori fondamentali per

ottenerne altri. I pittori hanno utilizzato questa tecnica

per secoli, certo, ma quel che Maxwell ha dimostrato

è che, mentre si possono mescolare varie

tinte per ottenere colori più scuri, la luce si mescola

per ottenere colori più chiari. O, per dirla in termini

tecnici, il colore si fonde attraverso un processo

sottrattivo (si sottrae colore per creare il nero),

mentre la luce si fonde attraverso un processo additivo

(si aggiunge colore per creare il bianco). Si

noti che Maxwell non scoprìle proprietà additive della

luce (molto tempo prima Newton aveva fatto parecchi

esperimenti a riguardo) ma egli fu il primo ad

applicarle all’ambito della fotografia.

Si osservi l’immagine contenuta nella cartella Color

Plate 1 nel CD-ROM allegato per vedere un rapido

esempio di come i tre colori additivi fondamentali

possano essere combinati per creare altri colori.

La vostra macchina digitale crea un’immagine a

colori servendosi di un processo praticamente identico

a quello usato da Maxwell nel 1860: essa scatta

tre diverse fotografie in bianco e nero e le fonde in

un’unica immagine a colori.

Quella mostrata in Figura 1.2 viene chiamata immagine

RGB perchè utilizza i canali rosso (Red), verde

(Green) e blu (Blue) per creare un’immagine a

colori. Come vedremo più oltre, è possibile apportare

correzioni e modifiche molto sofisticate agendo

direttamente sui singoli canali rosso, verde e blu.

6 Come funziona una macchina fotografica digitale

Figura 1.2: In un’immagine digitale tre canali separati,

rosso, verde e blu, vengono combinati per

produrre un’immagine finale a colori.

1.2 Cenni di teoria sul colore 7

SUGGERIMENTO

Voi dite “bianco e nero”, io dico “scala

di grigi” Anche se chi fotografa con macchine

a pellicola utilizza il termine “bianco e nero”

per indicare un’immagine che manca del colore,

nell’universo digitale è preferibile usare il

termine “scala di grigi”. Come abbiamo visto in

Figura 1.1 un computer può creare un’immagine

composta solamente da pixel bianchi e neri.

Di conseguenza è spesso importante distinguere

tra un’immagine fatta solo di pixel bianchi e

neri e una costituita da pixel di varie sfumature

di grigio.

Nel secolo e mezzo che è passato dall’invenzione

di Maxwell sono state scoperte altre modalità per

rappresentare il colore. Per esempio, un altro modello

chiamato Colore L*A*B (conosciuto anche come

Colore Lab) fa uso di un canale per l’informazione

sulla luminosità, un altro per la quantità di verde o

di rosso, e un terzo per la quantità di blu o di giallo.

Ed esiste anche il modello CMYK, ciano, magenta,

giallo (Yellow) e nero (BlacK), che viene utilizzato in

stampa.

Questi sistemi vengono chiamati modelli cromatici

o intervalli di colore, e ogni modello possiede

una particolare gamma o scala cromatica che può

visualizzare. Alcune scale sono più appropriate per

determinati scopi rispetto ad altre, e tutte queste

8 Come funziona una macchina fotografica digitale

gamme cromatiche sono più ridotte rispetto a quella

percepibile dall’occhio umano.

Ci occuperemo più approfonditamente di gamme

e modelli cromatici nei prossimi capitoli.

Per ora è importante comprendere che le fotografie

digitali sono costituite da canali separati di colore

rosso, verde e blu che si fondono per ottenere

l’immagine a colori.

1.3 Come funziona un CCD

George Smith e William Boyle erano due ingegneri

della Bell Labs. La storia narra che un giorno di

fine ottobre costoro discussero per circa un’ora ipotizzando

la possibilità di fabbricare un microchip, un

semiconduttore, che potesse essere usato al posto

del tradizionale tubo come parte sensibile di una videocamera

a stato solido invece che per la memoria

di un computer. L’anno era il 1969, e in quell’ora i

due ingegneri avevano ideato il CCD.

Circa un anno dopo, la Bell Labs realizzò una videocamera

del genere, sfruttando il nuovo chip di

Smith e Boyle. Anche se le loro intenzioni di partenza

erano quelle di costruire una semplice macchina

di ripresa che potesse essere utilizzata in un’apparecchiatura

di videotelefono, erano presto riusciti a

costruire un dispositivo sufficientemente adatto per

le trasmissioni televisive.

Da quel momento in poi, i CCD sono stati impie1.3

Come funziona un CCD 9

gati in una vasta gamma di dispositivi, dalle macchine

fotografiche ai fax. Dato che le videocamere

hanno una risoluzione piuttosto bassa, il CCD ha

funzionato ottimamente per creare immagini di buona

qualità video. Per la stampa, però, serve una

risoluzione molto più elevata. Perciò sono dovuti

attendere tempi piu recenti per vedere CCD con

una risoluzione tale da competere con la pellicola

fotografica.

1.3.1 Contare gli elettroni

La pellicola fotografica è ricoperta da un’emulsione

fotosensibile di cristalli di argento. Quando la luce

colpisce la pellicola, gli atomi di argento si agglomerano.

Più luce è presente, maggiori saranno gli

agglomerati. In questo modo una porzione di pellicola

registra i diversi quantitativi di luce che incidono

sulle varie zone della superficie. La pellicola a colori

è composta da tre livelli distinti, uno sensibile al

rosso, uno al verde e uno al blu.

Il CCD contenuto nella vostra macchina digitale è

un chip di silicio (Figura 1.3) ricoperto da una serie

di piccoli elettrodi chiamati photosite (fotoelementi).

Sistemati in una griglia, troviamo un photosite per

ogni pixel di un’immagine. Di conseguenza è il numero

di photosite che determina la risoluzione di un

CCD.

Prima di poter scattare una fotografia, la mac10

Come funziona una macchina fotografica digitale

Figura 1.3: Questo CCD della Kodak è tipico dei sensori

d’immagine che si trovano in molte macchine

digitali.

china digitale deve poter caricare di elettroni la superficie

del CCD. Quando la luce colpisce il CCD, gli

elettroni si agglomerano sopra la griglia di photosite.

Maggiore è la luce che coinvolge un photosite, maggiore

sarà il numero di elettroni agglomerati. Dopo

aver esposto il CCD alla luce, la macchina deve semplicemente

misurare la quantità di carica a ogni photosite

per determinare quanti elettroni sono coinvol1.3

Come funziona un CCD 11

ti, e cosìstabilire quanta luce ha inciso su quel determinato

punto. Questa misurazione viene poi mutata

in un numero da un convertitore analogico-digitale.

La maggior parte delle macchine digitali consumer

si serve di un convertitore analogico-digitale a

8 bit, ovvero la carica elettrica di ogni photosite viene

convertita in un numero a 8 bit, cioè un numero

fra 0 e 255. Alcune macchine più costose hanno

convertitori analogico-digitali a 10 o 12 bit, il che significa

che possono fare uso di valori fino a 1024 e

4096 rispettivamente.

In ogni caso, un convertitore da analogico a digitale

con una maggiore profondità di bit non offre al

vostro CCD una gamma dinamica maggiore. I colori

più luminosi e più scuri che può vedere rimangono

gli stessi: l’aumentata profondità di bit sta a significare

che la macchina produrrà delle gradazioni più

precise e sottili all’interno della gamma dinamica.

Il termine dispositivo ad accoppiamento di carica

(Charge Coupled Device, CCD) deriva dal modo in

cui la macchina digitale interpreta le cariche dei singoli

photosite. Dopo aver esposto il CCD, le cariche

sulla prima fila di photosite vengono trasferiti a un

dispositivo di uscita (read out register) dove vengono

amplificati e poi inviati al convertitore analogicodigitale.

Ogni fila di cariche viene elettricamente accoppiata

alla fila successiva in modo che, dopo che

una fila è stata letta e cancellata, le file successive

si spostano verso il basso per occupare lo spazio

12 Come funziona una macchina fotografica digitale

lasciato libero (Figura 1.4)

Figura 1.4: Le file di photosite sulla superficie del

CCD sono fra loro accoppiate. Non appena la fila più

bassa viene letta nella parte inferiore del CCD, tutte

le file soprastanti si spostano verso il basso. Questo

significa “accoppiamento” nella dicitura “dispositivo

ad accoppiamento di carica”.

Dopo che tutte le file di photosite sono state lette,

il CCD viene ricaricato di elettroni ed è pronto a

scattare una nuova immagine.

I photosite sono sensibili soltanto alla quantità di

luce che ricevono. Non si occupano del colore. Come

avrete già immaginato, per percepire il colore la

macchina digitale deve poter operare una sorta di

filtraggio RGB del tutto simile al metodo di Maxwell.

Per farlo vi sono molte strade, ma la più comune

è quella che sfrutta un sistema di batterie ad alli1.3

Come funziona un CCD 13

neamento singolo (single array), chiamato a volte

allineamento a righe (striped array).

1.3.2 Allineamenti

Figura 1.5: Pur non avendo la minima idea di quali

pixel appartengano alla prima figura, è però possibile

provare a indovinare quali possano essere i pixel

mancanti nella seconda.

Consideriamo le immagini in Figura 1.5. Se vi si

chiedesse di aggiungere i pixel mancanti nella Figura

1.5a, probabilmente la vostra reazione sarebbe:

Di cosa sta parlando?. Se però si ponesse la stessa

domanda nel caso della Figura 1.5b, con tutta probabilità

non avreste problemi a riprodurre l’immagine

riportata in Figura 1.6.

Sapreste quali pixel aggiungere basandovi sugli

14 Come funziona una macchina fotografica digitale

Figura 1.6: Se vi si chiedesse di aggiungere

i pixel mancanti alla Figura 1.5b, probabilmente

realizzereste un’immagine simile a questa.

altri pixel già esistenti nell’immagine. In altre parole

avreste finito con l’interpolare i nuovi pixel basandovi

sulle informazioni preesistenti. È probabile che

abbiate incontrato il fenomeno dell’interpolazione nel

1.3 Come funziona un CCD 15

caso del ridimensionamento di un’immagine con un

programma di editing quale Photoshop. Per ridimensionare

un’immagine da 4 x 6 a 8 x 10 l’editor di

immagini deve fare parecchi calcoli per determinare

di quali colori dovranno essere quei nuovi pixel.

Il sistema ad allineamento singolo impiegato in

una normale macchina digitale sfrutta una forma di

interpolazione per creare un’immagine a colori. Come

abbiamo visto nel paragrafo precedente, il CCD

all’interno della macchina è in grado di creare un’immagine

a scala di grigi del soggetto da fotografare

misurando la quantità di luce che va a colpire ogni

parte del sensore del CCD.

Per fotografare a colori, la vostra macchina effettua

un tipo di filtraggio RGB molto simile a quello

usato da Maxwell nel 1869. Ogni photosite sul CCD

viene colorato da un filtro, rosso verde o blu. Questa

combinazione di filtri viene chiamata allineamento

(array) di filtri a colori (color filter array) e la maggior

parte dei CCD usano uno schema di filtri come

quello in Figura 1.7.

Grazie a questi filtri, il CCD può produrre immagini

distinte, e incomplete, di colore rosso, verde e blu.

Le immagini sono incomplete perché se prendiamo

ad esempio quella rossa, ad essa mancano tutti quei

pixel coperti da un filtro blu, e viceversa l’immagine

blu manca dei pixel coperti da un filtro rosso. E

ad entrambe mancano tutti quei pixel coperti da un

filtro verde.

16 Come funziona una macchina fotografica digitale

Figura 1.7: Per vedere il colore, i pixel alternati su

un CCD vengono coperti da filtri di colore diverso. Il

sistema di allineamento dei filtri a colori mostrato in

figura viene chiamato schema Bayer.

Per realizzare un’immagine a colori completa, viene

utilizzato un metodo di interpolazione incredibilmente

sofisticato. Esattamente come voi avete

sfruttato le informazioni incomplete della Figura

3.5b per calcolare i pixel mancanti, la vostra macchina

digitale può calcolare il colore di ogni pixel analizzando

tutti i pixel adiacenti. Per esempio, se si

osserva un pixel in particolare e si nota che quello

immediatamente a sinistra è di color rosso brillante,

quello a destra è invece blu brillante e i pixel im1.3

Come funziona un CCD 17

mediatamente soprastanti e sottostanti sono verdi,

allora il pixel in questione sarà probabilmente bianco.

Perché? Come ha dimostrato Maxwell, se si mescola

un gruppo di luci rosse, verdi e blu, si ottiene

una luce bianca. Tra l’altro, se vi state chiedendo il

perché ci siano cosìtanti pixel verdi rispetto a quelli

rossi o blu, la risposta è che l’occhio è più sensibile

al verde; perciò è sempre bene avere più risoluzione

verde possibile.

Inutile aggiungere come questo tipo di interpolazione

sia incredibilmente complesso. Un conto è

dedurre un singolo pixel bianco, ma calcolare tutte

quelle sottili ombreggiature che servono a costituire

una fotografia coinvolge una serie di algoritmi davvero

arzigogolati. Le differenze fra questi algoritmi

sono solo una delle caratteristiche che distingue la

qualità delle varie macchine digitali.

Questo processo di interpolazione viene chiamato

demosaicizzazione e a seconda della marca della

macchina vi sono procedure differenti. Per esempio,

mentre molte macchine digitali controllano soltanto

i pixel immediatamente adiacenti, le macchine della

Hewlett-Packard arrivano ad analizzare una regione

di 9 x 9 pixel. Il SuperCCD della Fuji, d’altro canto,

evita la classica griglia di photosite quadrati in favore

di photosite ottagonali sistemati in una struttura a

nido d’ape. Un tale schema necessita ancora più demosaicizzazione

per produrre pixel d’immagine rettangolari,

ma Fuji dichiara che con questo sistema si

18 Come funziona una macchina fotografica digitale

ottiene una maggiore risoluzione.

Altre marche utilizzano lo schema tradizionale rettangolare,

ma usano un diverso allineamento dei filtri

a colori. Canon per esempio usa filtri color ciano,

giallo, verde e magenta sui photosite dei propri

CCD. Siccome ci vogliono meno strati di colore per

creare filtri color ciano, giallo, magenta e verde rispetto

a quanti ne occorrano per creare filtri rossi,

verdi e blu, in un filtro CYGM passa più luce diretta al

CCD. Più luce significa un miglior rapporto segnaledisturbo,

il che produce immagini con una maggiore

luminanza e minor disturbo. Infatti le macchine digitali

Canon realizzano immagini con livelli di disturbo

davvero bassi.

I CCD stessi sono di solito molto piccoli, dell’ordine

di un quarto o di mezzo pollice (rispettivamente

6 e 12 mm). Per fare un paragone, lo spazio occupato

da una singola fotografia sulla pellicola da 35

mm è 36 x 23,3 mm (Figura 3.8). Il fatto che si

possano costruire CCD cosìpiccoli è la ragione principale

per cui le macchine digitali sono cosìridotte in

dimensioni.

L’unico inconveniente del CCD è che non funziona

sempre tutto correttamente. Per esempio, se un

photosite viene colpito da troppa luce, questo può

influenzare i photosite adiacenti. Se il software della

macchina digitale non è sufficientemente capace di

gestire questo fenomeno, si vedrà un effetto blooming,

cioè macchie di colore e chiazze luminose,

1.3 Come funziona un CCD 19

Figura 1.8: I CCD sono generalmente molto piccoli,

specie se paragonati alle dimensioni della pellicola

da 35 mm.

nell’immagine finale. L’effetto blooming capita più

spesso con quei CCD più piccoli e con quelli ad alta

risoluzione, perché i photosite sono in posizione più

ravvicinata fra loro.

20 Come funziona una macchina fotografica digitale

NOTA

Quei pixel in più Non tutti i photosite del CCD

vengono usati per registrare un’immagine. Alcuni

di essi, per esempio, si utilizzano per valutare

i livelli di nero dell’immagine. Altri per

determinare il bilanciamento del bianco. Infine

alcuni pixel vengono nascosti. Poniamo che il

CCD abbia uno schema quadrato di allineamento

dei pixel, ma la casa costruttrice vuole una

macchina digitale che scatti foto rettangolari,

allora alcuni pixel ai bordi del CCD verranno

nascosti, mascherati.

Come ci si può immaginare, interpolare il colore

in una macchina digitale che ha milioni di pixel sul

suo CCD richiede parecchia potenza di calcolo. Tale

potenza, e la memoria necessaria a supportarla,

è un altro motivo per cui queste macchine sono rimaste

costose cosìa lungo: una macchina digitale è

costituita dai chip più svariati.

1.3.3 CCD: mantieni l’interpolazione

La tecnologia vista prima, che viene utilizzata nella

maggior parte delle macchine fotografiche costruite

oggi, viene chiamata sistema ad allineamento singolo

perché si serve di un solo CCD per processare

tutti e tre i canali colore. Anche se questo è il sistema

più usato, vi sono altri modi per far vedere il

1.3 Come funziona un CCD 21

colore al CCD. Molte macchine di fascia alta e di medie

dimensioni hanno un sistema di allineamento a

tre scatti, che acquisisce tre esposizioni distinte, una

per colore. Questi tre scatti vengono poi combinati

in un’immagine a colori RGB.

Siccome non utilizzano la demosaicizzazione, gli

allineamenti a tre scatti non presentano gli artefatti

visti per il sistema ad allineamento singolo. Sfortunatamente,

scattare tre fotografie in successione

può richiedere qualche secondo in più perciò il soggetto

deve essere fermo e la luce costante; di conseguenza

queste macchine risultano utili per ritrarre

oggetti inanimati in uno studio.

Un sistema ad allineamento lineare consiste di

un’unica fila di sensori che effettuano tre distinti passaggi

filtrati sull’area dell’immagine. Essendoci soltanto

una fila di sensori, le case costruttrici possono

inserirvi molta risoluzione senza aumentare di molto

il prezzo. Naturalmente, come l’allineamento a tre

scatti, quello lineare va bene solamente per lavori

realizzati in studio. E, sempre come con l’allineamento

a tre scatti, non viene usata l’interpolazione.

Gli allineamenti trilineari sono una semplice variante

di quello lineare e consistono di tre allineamenti

l’uno sull’altro. Con ogni allineamento filtrato

separatamente, la macchina deve fare soltanto un

passaggio sull’area dell’immagine. Però, grazie all’unico

passaggio, alcune case costruttrici sono riuscite

a creare sistemi trilineari sufficientemente veloci per

22 Come funziona una macchina fotografica digitale

fotografare anche soggetti in movimento.

Figura 1.9: In un sistema ad allineamento multiplo,

diversi CCD sono usati per registrare le informazioni

dei canali rosso, verde e blu separatamente. Questo

sistema elimina l’interpolazione necessaria dei

sistemi ad allineamento singolo.

Infine, alcune macchine digitali utilizzano allineamenti

multipli, una serie di CCD distinti (Figura 1.9).

Quando la luce penetra all’interno della macchina

viene passata attraverso un prisma che la divide in

tre copie. Ogni copia viene indirizzata a uno specifico

CCD che è filtrato per uno specifico colore.

Le macchine ad allineamenti multipli possiedono la

1.3 Come funziona un CCD 23

flessibilità di un sistema ad allineamento singolo,

ma senza alcun problema legato all’interpolazione.

Sfortunatamente, avendo esse il triplo di CCD rispetto

a una macchina ad allineamento singolo, spesso

costano anche il triplo.

A meno che non stiate mettendo in conto di spendere

parecchio denaro, vi orienterete certamente sulle

macchine ad allineamento singolo.

1.3.4 Ora serve una vista d’insieme

Le parti prima descritte potrebbero esservi sembrate

complicate. In realtà il processo impiegato da un

CCD per catturare un’immagine è ancora più complesso.

Anzitutto la luce che attraversa l’obiettivo viene

passata da un filtro a infrarossi, alcune macchine

si servono di un filtro a infrarossi molto sottile rendendole

ideali per la fotografia a infrarossi, come

vedremo nel Capitolo 7. Dopo essere stati processati

e interpolati dal CCD, i dati dell’immagine (che

ora è a colori) vengono passati a un piccolo computer

dentro la macchina che svolge tutta una serie

di aggiustamenti. Per esempio l’immagine verrà aggiustata

secondo le regolazioni del bilanciamento del

bianco e di correzione dell’esposizione che vedremo

in dettaglio più avanti.

Poi la macchina potrebbe applicare degli aggiustamenti

al colore per sistemare il contrasto e la

24 Come funziona una macchina fotografica digitale

luminosità dell’immagine. Queste regolazioni spesso

riflettono delle tendenze estetiche di chi ha progettato

la macchina. Per esempio Olympus tende a

fabbricare macchine digitali che producono immagini

molto saturate e contrastate, mentre le macchine

Nikon spesso producono immagini che appaiono

un po’ piatte, ma hanno maggior accuratezza nel

colore.

Infine, molte macchine digitali attuano un certo

algoritmo di riduzione del disturbo per attenuare

qualche interferenza indesiderata nell’immagine, e

quasi tutte le macchine realizzano una certa accentuazione

dei contorni. Tutto questo processo avviene

all’interno della macchina, ed è uno dei motivi

per cui essa può impiegare del tempo per registrare

un’immagine.

1.4 Compressione e archiviazione

Dopo che l’immagine è stata processata, essa è pronta

per essere registrata su un qualsiasi dispositivo di

archiviazione fornito dalla macchina. Vi sono diverse

opzioni di archiviazione in competizione fra loro,

e le vedremo in dettaglio nel Capitolo 5. Una cosa

hanno in comune tutte queste opzioni, però: che

hanno una capacità limitata. Di conseguenza si cercherà

di fare un buon uso della memoria di massa

1.4 Compressione e archiviazione 25

NOTA

Immagini nude e crude Alcune macchine digitali,

dalla semiprofessionale Canon G1, alla

Nikon D1 di fascia alta, permettono di scaricare

dati non processati dalla camera stessa:

si tratta delle informazioni appena uscite

dal CCD. Grazie a software specifico è possibile

specificare come questi dati “nudi e crudi”

debbano essere processati, con pieno controllo

del bilanciamento del bianco, dell’accentuazione

dei contorni e del contrasto. Per l’utente

che richiede un elevato grado di controllo

del procedimento, questa è una funzionalità assai

utile. Inoltre le immagini “crude” non sono

compresse.

della macchina digitale, e il modo migliore è quello

di ottenere una certa compressione per ridurre le

dimensioni delle immagini.

Per fare questo, la maggior parte delle macchine

digitali utilizzano un tipo di compressione chiamato

JPEG. Creato dal Joint Photographic Experts Group, il

JPEG è un potente algoritmo che può ridurre grandemente

le dimensioni di una fotografia, a scapito però

della qualità dell’immagine. Perciò si dice che il JPEG

è un formato di compressione lossy, con perdita di

qualità, appunto.

Quasi tutte le macchine digitali offrono due tipi

di compressione JPEG, un’opzione a bassa qualità

26 Come funziona una macchina fotografica digitale

che degrada l’immagine visibilmente ma che però

offre scale di compressione dell’ordine di 10 o 20:1,

e un’opzione ad alta qualità che permette un grado

di compressione discreto (intorno a 4:1, di solito)

ma senza degradare molto la qualità dell’immagine.

Molto spesso vedrete come qualsiasi artefatto

aggiunto dal tipo di compressione JPEG a qualità

maggiore venga nascosto in fase di stampa. Per

chi invece fosse pignolo, comunque, molte macchine

offrono una modalità totalmente non compressa

che registra le immagini in formato TIFF, occupando

molto spazio.

La compressione JPEG sfrutta la particolarità della

visione umana di essere più sensibile ai cambiamenti

di luminosità rispetto a quelli di colore. Per

comprimere un’immagine in formato JPEG, prima la

macchina converte l’immagine in un’area di colore

dove ogni pixel viene espresso utilizzando un valore

di crominanza e un valore di luminanza.

Poi i valori di crominanza vengono analizzati in

blocchi di 8 x 8 pixel. Il colore di ogni area di 64 pixel

viene livellato in modo che ogni piccola (e si spera

impercettibile) variazione di colore viene rimossa.

Questo processo viene chiamato quantizzazione. Si

noti che, dal momento che il livellamento viene effettuato

solo sul canale della crominanza, tutte le

informazioni riguardanti la luminanza (quelle a cui

l’occhio umano è più sensibile) rimangono inalterate

e conservate.

1.5 Intanto, nel mondo reale… 27

Dopo la quantizzazione, all’intera immagine è applicato

un algoritmo di compressione non-lossy (cioè

senza perdita di qualità. In termini estremamente

semplici, un algoritmo di compressione non-lossy

funziona più o meno in questo modo: piuttosto che

codificare AAAAAABBBBBCCC, si codifica semplicemente

6A5B3C. Dopo la quantizzazione, le informazioni

sulla crominanza dell’immagine saranno più

uniformi, cosìci saranno porzioni più grandi di dati

simili, cosa che faciliterà il passo successivo del

processo di compressione.

Ma tutto questo che cosa significa per l’immagine?

La Figura 1.10 mostra un’immagine che è stata

eccessivamente compressa. Come si può vedere,

aree di tinta piatta o di sfumature graduali diventano

porzioni rettangolari dove il contrasto, in punti

di grande dettaglio, risulta un po’ troppo accentuato.

Fortunatamente la maggior parte delle macchine

digitali offrono una migliore qualità di compressione

rispetto a questo esempio.

1.5 Intanto, nel mondo reale…

Se tutte le informazioni incontrate in questo capitolo

suonano come un’inutile accozzaglia di parole senza

senso, è dovuto probabilmente al fatto che quando

si compra una macchina fotografica a pellicola non si

è abituati a far caso alla tecnologia legata all’immagine.

Tuttavia, se si coltiva seriamente la fotografia,

28 Come funziona una macchina fotografica digitale

Figura 1.10: Questa immagine è stata eccessivamente

compressa, come si può vedere dalla traccia

di artefatti lasciata dal formato JPEG.

con ogni probabilità si dedica del tempo a valutare

pregi e difetti di varie pellicole. Così, se da un lato

serve una certa conoscenza di chimica delle pellicole

per stimare la qualità di una particolare serie

di pellicole, gli argomenti trattati in questo capitolo

vi saranno d’aiuto nel valutare una determinata

macchina digitale.

La vostra macchina è più di un CCD, naturalmente,

perciò nel Capitolo 5 si vedranno le altre componenti

e le altre problematiche di cui si dovrà tener

1.5 Intanto, nel mondo reale… 29

conto nella scelta di una macchina digitale.

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Luglio 8, 2008 · Lascia un Commento

Luce

Un prisma scompone la luce

Un prisma scompone la luce

Il termine luce (dal latino, lux, lucis) si riferisce alla porzione dello spettro elettromagnetico visibile dall’occhio umano, ed è approssimativamente compresa tra 400 e 700 nanometri di lunghezza d’onda, ovvero tra 750 e 428 THz di frequenza. Questo intervallo coincide con la regione di massima emissione da parte del sole. I limiti dello spettro visibile all’occhio umano non sono uguali per tutte le persone, ma variano soggettivamente e possono raggiungere i 380 nanometri, avvicinandosi agli ultravioletti, e i 730 nanometri avvicinandosi agli infrarossi.

La luce, come tutte le onde elettromagnetiche, interagisce con la materia. I fenomeni più comuni osservabili sono: l’assorbimento, la trasmissione, la riflessione, la rifrazione e la diffrazione.

Sebbene nell’elettromagnetismo classico la luce sia descritta come un’onda, l’avvento della meccanica quantistica agli inizi del XX secolo ha permesso di capire che questa possiede anche proprietà tipiche delle particelle e di spiegare fenomeni come l’effetto Compton. Nella fisica moderna la luce (e tutta la radiazione elettromagnetica) viene descritta come composta da quanti del campo elettromagnetico chiamati fotoni.

fasci di luce solare che filtrano tra le nubi

fasci di luce solare che filtrano tra le nubi

Teorie sulla luce

Molteplici sono state le teorie formulate, nel corso del tempo, per spiegare il fenomeno luminoso ed i comportamenti della luce.

Teoria corpuscolare

Formulata da Isaac Newton nel XVII secolo. La luce veniva vista come composta da piccole particelle di materia (corpuscoli) emesse in tutte le direzioni. Oltre che essere matematicamente molto semplice (molto più della teoria ondulatoria) questa teoria spiegava molto facilmente alcune caratteristiche della propagazione della luce che erano ben note all’epoca di Newton.

Innanzitutto la meccanica galileiana prevede, correttamente, che le particelle (inclusi i corpuscoli di luce) si propaghino in linea retta ed il fatto che questi fossero previsti essere molto leggeri era coerente con una velocità della luce alta ma non infinita. Anche il fenomeno della riflessione poteva essere spiegato in maniera semplice tramite l’urto elastico della particella di luce sulla superficie riflettente.

La spiegazione della rifrazione era leggermente più complicata ma tutt’altro che impossibile: bastava infatti pensare che le particelle incidenti sul materiale rifrangente subissero, ad opera di questo, delle forze perpendicolari alla superficie che ne cambiassero la traiettoria.

I colori dell’arcobaleno venivano spiegati tramite l’introduzione di un gran numero di corpuscoli di luce diversi (uno per ogni colore) ed il bianco era pensato come formato da tante di queste particelle. La separazione dei colori ad opera, ad esempio, di un prisma poneva qualche problema teorico in più perché le particelle di luce dovrebbero avere proprietà identiche nel vuoto ma diverse all’interno della materia.

Una conseguenza della teoria corpuscolare della luce è che questa, per via dell’accelerazione gravitazionale, aumenti la sua velocità quando si propaga all’interno di un mezzo.

Teoria ondulatoria

Formulata da Christiaan Huygens nel 1678 ma pubblicata solo nel 1690 nel Traité de la Lumière. La luce veniva vista come un’onda che si propaga (in maniera del tutto simile alle onde del mare o a quelle acustiche) in un mezzo, chiamato etere, che si supponeva pervadere tutto l’universo ed essere formato da microscopiche particelle elastiche. La teoria ondulatoria della luce permetteva di spiegare (anche se in maniera matematicamente complessa) un gran numero di fenomeni: oltre alla riflessione ed alla rifrazione, Huygens riuscì infatti a spiegare anche il fenomeno della birifrangenza nei cristalli di calcite.

Nel 1801 Thomas Young dimostrò come i fenomeni della diffrazione (osservato per la prima volta Francesco Maria Grimaldi nel 1665) e dell’interferenza fossero interamente spiegabili dalla teoria ondulatoria e non lo fossero dalla teoria corpuscolare.

Un problema della teoria ondulatoria era tuttavia la propagazione rettilinea della luce. Infatti era ben noto che le onde sono capaci di aggirare gli ostacoli mentre è esperienza comune che la luce si propaghi in linea retta (questa proprietà era già stata notata da Euclide nel suo Optica). Questa apparente incongruenza può però essere spiegata assumendo che la luce abbia una lunghezza d’onda microscopica.

Al contrario della teoria corpuscolare, quella ondulatoria prevede che la luce si propaghi più lentamente all’interno di un mezzo che nel vuoto; restano ambiguità.

Teoria elettromagnetica

Per la grandissima maggioranza delle applicazioni questa teoria è ancora utilizzata al giorno d’oggi. Proposta da James Clerk Maxwell alla fine del XIX secolo, sostiene che le onde luminose sono elettromagnetiche e non necessitano di un mezzo per la trasmissione, mostra che la luce visibile è una parte dello spettro elettromagnetico. Con la formulazione delle equazioni di Maxwell vennero completamente unificati i fenomeni elettrici, magnetici ed ottici.

Teoria quantistica

Per risolvere alcuni problemi sulla trattazione del corpo nero nel 1900 Max Planck ideò un artificio matematico, pensò che l’energia associata ad una onda elettromagnetica non fosse proporzionale al quadrato della sua frequenza (come nel caso delle onde elastiche in meccanica classica), ma direttamente proporzionale alla frequenza e che la sua costante di proporzionalità fosse discreta e non continua. L’interpretazione successiva che Albert Einstein diede dell’effetto fotoelettrico incanalò il pensiero dei suoi contemporanei verso una nuova strada. Si cominciò a pensare che quanto fatto da Planck non fosse un mero artificio matematico, ma piuttosto l’interpretazione di una nuova struttura fisica, cioè che la natura della luce potesse avere un qualche rapporto con una forma discreta di alcune sue proprietà. Si cominciò a parlare di pacchetti discreti di energia, battezzati fotoni. Con l’avvento delle teorie quantistiche dei campi (ed in particolare dell’elettrodinamica quantistica) il concetto di fotone venne formalizzato ed oggi sta alla base dell’ottica quantistica.

La velocità della luce


La luce si propaga a una velocità finita. Anche gli osservatori in movimento misurano sempre lo stesso valore di c, la velocità della luce nel vuoto, dove c = 299 792 458 m/s. Nell’uso comune, questo valore viene arrotondato a 300 000 km/s.

La velocità della luce è stata misurata molte volte da numerosi fisici. Il primo tentativo di misura venne compiuto da Galileo Galilei con l’ausilio di lampade oscurabili ma la rudimentalità dei mezzi disponibili non permise di ottenere alcun valore. La migliore tra le prime misurazioni venne eseguita da Olaus Roemer (un fisico danese), nel 1676. Egli sviluppò un metodo di misurazione, osservando Giove e una delle sue lune con un telescopio. Grazie al fatto che la luna veniva eclissata da Giove a intervalli regolari, calcolò il periodo di rivoluzione della luna in 42,5 ore, quando la Terra era vicina a Giove. Il fatto che il periodo di rivoluzione si allungasse quando la distanza tra Giove e Terra aumentava, poteva essere spiegato assumendo che la luce impiegava più tempo a coprire la distanza Terra-Giove, ipotizzando quindi, una velocità finita per essa. La velocità della luce venne calcolata analizzando la distanza tra i due pianeti in tempi differenti. Roemer calcolò una velocità di 227 326 km/s.

Albert A. Michelson migliorò il lavoro di Roemer nel 1926. Usando uno specchio rotante, misurò il tempo impiegato dalla luce per percorrere il viaggio di andata e ritorno dal monte Wilson al monte San Antonio in California. La misura precisa portò a una velocità di 299 796 km/s.

Questo esperimento in realtà misurò la velocità della luce nell’aria. Infatti, quando la luce passa attraverso una sostanza trasparente, come l’aria, l’acqua o il vetro, tuttavia, la sua velocità viene ridotta e la luce è sottoposta a rifrazione (il suo valore è dato dall’indice di rifrazione, solitamente indicato con n). In altre parole, n = 1 nel vuoto e n > 1 nella materia. L’indice di rifrazione dell’aria di fatto è molto vicino a 1, e in effetti la misura di Michelson è un’ottima approssimazione di c.

Ottica

Lo studio della luce e dell’interazione tra luce e materia è detto ottica. L’osservazione e lo studio dei fenomeni ottici, come ad esempio l’arcobaleno offre molti indizi sulla natura della luce.

Colori e lunghezze d’onda

Le differenti lunghezze d’onda vengono interpretate dal cervello come colori, che vanno dal rosso delle lunghezze d’onda più ampie (minore frequenza), al violetto delle lunghezze d’onda più brevi (maggiore frequenza). Ci preme, tuttavia sottolineare, che non a tutti i colori possiamo associare una lunghezza d’onda. Spesso questo aspetto non viene sottolineato e si diffonde l’errata convinzione, inconsapevolmente foraggiata anche da immagini come quelle presenti in codesta pagina, che ci sia una relazione biettiva tra un colore e una lunghezza d’onda. In realtà, è vero che ad ogni lunghezza d’onda è associabile un colore, ma non è vero il contrario. Quei colori a cui non sono associate lunghezze d’onda, sono invece generati dal meccanismo di funzionamento del nostro apparato visivo (cervello+occhio). In particolare i coni, cellule della retina responsabili della visione del colore, si differenziano in tre tipi perché sensibili a tre diverse regioni spettrali della luce. Quando, ad esempio, due diverse onde monocromatiche, appartenenti a due regioni diverse di cui prima, sollecitano contemporaneamente l’occhio, il nostro cervello interpreta la sollecitazione come un nuovo colore, “somma” dei due originari.

Le frequenze immediatamente al di fuori dello spettro percettibile dall’occhio umano vengono chiamate ultravioletto (UV), per le alte frequenze, e infrarosso (IR) per le basse. Anche se gli esseri umani non possono vedere l’infrarosso, esso viene percepito dai recettori della pelle come calore. Telecamere in grado di captare i raggi infrarossi e convertirli in luce visibile, vengono chiamati visori notturni. La radiazione ultravioletta non viene percepita dagli esseri umani, se non in maniera molto indiretta, in quanto la sovraesposizione della pelle ai raggi UV causa scottature. Alcuni animali, come le api, riescono a vedere gli ultravioletti; altri invece riescono a vedere gli infrarossi.

Lunghezze d’onda della luce visibile



Spettro elettromagneticoInformazioni sull'immagine

La luce visibile è una porzione dello spettro elettromagnetico compresa approssimativamente tra i 400 e i 700 nanometri (nm) (nell’aria). La luce è anche caratterizzata dalla sua frequenza. Frequenza e lunghezza d’onda obbediscono alla seguente relazione: l=v/f (dove l è la lunghezza d’onda, v è la velocità nel mezzo considerato – nel vuoto in genere si indica con c – , f è la frequenza della radiazione).

Grandezze misurabili

Di seguito sono riportate quantità o unità di misura legate a fenomeni luminosi:

  • Tonalità (o temperatura)
  • luminosità
  • illuminamento (unità SI: lux)
  • flusso luminoso (unità SI: lumen)
  • intensità luminosa (unità SI: candela)

Sorgenti di luce

  • radiazione termica
    • Lampade ad incandescenza
    • luce solare
    • fuoco
    • Qualsiasi corpo ad di sopra di una certa temperatura (cioè incandescente, ad es. metallo fuso)
  • emissione spettrale atomica (la fonte di emissione può essere stimolata o spontanea)
    • laser e maser (emissione stimolata)
    • LED (light emitting diode)
    • lampade a scarica di gas (insegne al neon, lampade al mercurio, etc)
    • fiamme dei gas
  • accelerazione di una particella dotata di carica (solitamente un elettrone)
    • radiazione ciclotronica
    • Bremsstrahlung
    • Effetto Čerenkov
    • luce di sincrotrone
  • chemioluminescenza
  • fluorescenza
  • fosforescenza
    • tubo catodico
  • bioluminescenza
  • sonoluminescenza
  • triboluminescenza
  • radioattività
  • annichilazione particella-antiparticella

Categorie: Fotografia Digitale
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RAW

Luglio 8, 2008 · Lascia un Commento

RAW (fotografia)

(Reindirizzamento da RAW (immagine))

Il formato RAW è un particolare metodo di memorizzazione dei dati descrittori di un’immagine. Ciò permette di non avere perdite di qualità della registrazione su un qualsiasi supporto rispetto ai segnali catturati dal sensore e successivamente composti per interpolazione dal processore d’immagine della fotocamera nelle sue tre componenti fondamentali RGB (RED, GREEN, BLUE).

La risoluzione massima reale dell’immagine rimane quella determinata dalle caratteristiche del sensore installato nella fotocamera digitale. La metodica RAW è per lo più utilizzata nelle macchine fotografiche Reflex digitali di alto livello, ma anche in quelle compatte di fascia alta, le cosiddette “formato bridge” o “prosumer” (contrazione dei due termini “professional” e “consumer”), o ancora, chiamate “SLR-like” (SLR=Single Lens Reflex – simile a una reflex).

Il termine RAW – che in inglese significa “grezzo” – sta ad indicare che l’immagine catturata dal sensore CCD o CMOS della macchina fotografica viene registrata nella sua forma numerica, cioè dopo essere stata convertita da analogico a digitale, senza nessuna ulteriore elaborazione da parte della fotocamera.

La registrazione in RAW dà la possibilità di catturare le immagini con una regolazione anche non ottimale di alcune impostazioni (esposizione, bilanciamento del bianco, ecc), in quanto la successiva elaborazione in studio (il cosiddetto “sviluppo in camera chiara”) consente di regolare questi parametri di ripresa mantenendo la qualità ai livelli più alti possibile. Ma attenzione: profondità di campo e messa a fuoco devono essere ottimali in fase di ripresa perché la metodica RAW di registrazione non consente di ricostruire dettagli di immagine persi dall’ottica della fotocamera a causa, ad esempio, della mancata messa a fuoco della scena ripresa o di suoi singoli elementi

Formazione del file immagine

Per una comprensione ottimale delle descrizioni che seguono è utile fare una distinzione concettuale fra pixel, photodetector (da intendere come elemento unitario fotosensibile) e photosite. Per questo si rimanda alla voce correlata fotografia digitale nella sezione Numero di Pixel e qualità delle immagini.

Fotocamere con sensori dotati di Color Filter Array

Il sistema ottico della fotocamera focalizza l’immagine da riprendere sulla superficie del sensore. Questo è formato da milioni di elementi a semiconduttore sensibili alla luce (photodetector). Ognuno di questi è collocato in un photosite (luogo fisico del sensore dove si catturano i dettagli elementari dell’immagine) ed è la base da cui successivamente si formerà il pixel. La superficie è ricoperta dal Color Filter Array il quale ha il compito di separare e distribuire le tre componenti cromatiche su photosites (pixel) diversi del sensore. Nel 50% dei photosite (pixel) arriva la componente verde (G), nel 25% arriva la componente blu (B) e nella stessa quantità del 25% la componente rossa (R). Ad esempio, in un ipotetico sensore di 256 photosite, 128 photosite saranno investiti dalla componente verde della luce della scena ripresa, mentre 64 photosite saranno investiti dalla componente blu e i rimanenti i 64 photosite dalla componente rossa. I filtri sui singoli photosite sono distribuiti in modo omogeneo e geometricamente regolare.

In questo modo ogni photodetector registra il segnale relativo ad una sola componente delle tre RGB che compongono l’immagine. In uscita dal sensore devono confluire i segnali analogici o “R”, o “G”, o “B” di ogni photodetector che portano le relative informazioni. Precisamente in un sensore da 9 MP nominali, la massima risoluzione possibile è di 3.488 x 2.616 photodetectors (pixels) per un totale di 9.124.608 photodetectors. Vi saranno dunque segnali analogici “R” che riguarderanno le informazioni di 2.281.152 photodetectors, segnali analogici “B” che riguarderanno, anche loro, le informazioni di 2.281.152 photodetectors e segnali analogici “G” che riguarderanno le informazioni di 4.562.304 photodetectors del sensore. Il segnale analogico di ogni photodetector viene campionato a 10, 12, 14 o anche 16 bits così che il segnale che descrive l’intera sua scala di luminosità dal nero al massimo consentito “R”, “G” o “B” viene trasformato in un’informazione binaria appunto a 10, 12, 14 o 16 bit. Questo significa che, per ogni photodetector, il numero binario, ad esempio a 16 bit, generato dalla conversione A/D indica un livello di intensità individuato fra 65.536 possibilità, all’interno dell’intera gradazione di luminosità (dal nero al valore massimo luminosità di ogni specifico colore primario “R” o “G” o “B”) di quel particolare photodetector.

I segnali analogici in uscita dai photdetectors del sensore dopo la loro conversione in digitale possono andare in due direzioni diverse a seconda della impostazione della fotocamera: o verso il processore d’immagine interno che, attraverso l’algoritmo di interpolazione (demosaicizzazione), ricostruisce le due componenti mancanti su ogni photosite, oppure questi dati “grezzi” possono venire registrati appunto nel file RAW. Usando ancora come esempio un sensore di 3.488 x 2.616 pixels (9 MP nominali), la dimensione minima del file RAW sarà di 18.249.216 byte (8 bit= 1 byte; 1 pixel campionato a 16 bit= 2 byte). Normalmente il file RAW relativo è leggermente più ampio perché esso, oltre alle informazioni digitali, dati sui pixels, contiene anche i codici di formato del file, dati cioè che permettono l’identificazione del file (header) e dunque la sua leggibilità.

Altre tecniche

Non tutti i produttori adottano questo tipo di Color Filter Array a tre colori (RGB) sul sensore, ma Color Filter Array che fanno uso anche di altri colori (vedi la Sony con il modello DSC-F828 che usa un filter Array a quattro colori: RGB+E (Rosso/Verde/Blu + Smeraldo[1]). Vi sono poi sensori come i FOVEON che non hanno nessun Color Filter Array, ma adottano una tecnica in grado di recepire le tre componenti RGB necessarie per formare l’immagine direttamente su ogni photosite. Questo particolare sensore è formato da elementi a semiconduttore fotosensibili distribuiti su tre livelli diversi, ognuno di essi è attivato da una componente R, G o B diversa. Dato che ogni photosite ha tutte e tre le componenti, non c’è necessità di ricavare per ogni photosite le due componenti mancanti[1].

Algoritmo di demosaicizzazione

L’algoritmo di interpolazione più usato consente la demosaicizzazione dell’immagine originaria calcolando i dati dei due colori mancanti a partire dal colore e intensità dei photosites adiacenti aventi lo stesso colore di quello da calcolare. Ad esempio in un photosite blu si deve calcolare la componente verde e rossa. Per il calcolo della componente mancante verde, il processore d’immagine calcola, per quel photosite, la media fra i valori di intensità del verde di 2 o più photosite adiacenti che hanno registrato il verde: il valore ottenuto sarà la componente verde di quel photosite. Allo stesso modo farà per la componente rossa: il valore ottenuto sarà la componente rossa di quel photosite. A questo punto per quel photosite si hanno a disposizione i dati numerici delle tre componenti RGB, dati che, uniti in una stringa numerica, prendono il nome di pixel e descrivono contemporaneamente cromaticità e luminosità di quel punto dell’immagine.

Il risultato finale è che solo una componente del pixel è letta dal sensore (singolo photodetector), mentre le due rimanenti sono solo stimate.

Nei software applicativi di elaborazione delle immagini digitali, i valori numerici relativi alla componente rossa di ogni pixel dell’immagine, prende il nome di “canale del rosso”; così i valori numerici della componente verde di ogni pixel dell’immagine prendono il nome di “canale del verde” e lo stesso si dice per tutti valori numerici relativi alla componente blu dei pixels che vengono chiamati “canale del blu”.

Registrazione dell’immagine in formato JPG nella fotocamera

Per una registrazione in JPG il campionamento base è a 8 bit per ognuno dei canali RGB, fatto questo che comporta un numero binario di 24 bit per ogni pixel (8 bit x 3 canali su ogni pixel). Il valore di 24 bit rappresenta – come vedremo nel paragrafo successivo – la profondità colore.

Le fotocamere che registrano le immagini in formato JPG operano una compressione delle immagini al fine di:

  1. velocizzare la memorizzazione sul supporto di registrazione;
  2. includere molte immagini sulla stessa scheda di memoria.

La tecnica di compressione JPG è una tecnica di compressione di tipo LOSSY cioè con perdita di informazione rispetto all’immagine originaria di partenza. L’immagine registrata con questo sistema perde dei dati che corrispondono normalmente a dettagli dell’immagine poco significativi. La quantità e la tipologia dei dati che vengono persi tuttavia è determinata in modo tale che essi riguardano parti che normalmente non sono facilmente percettibili da un osservatore. Nella quasi totalità dei casi di foto compresse dalla fotocamera in JPG la qualità di stampa rimane comunque accettabile. Questo formato non consente troppe elaborazioni successive delle immagini, a meno di accettare perdite di informazioni che di volta in volta si sommano nei salvataggi successivi. Se una fotocamera registra direttamente in JPG e l’immagine deve subire delle elaborazioni è bene salvarla immediatamente in un formato LOSSLESS (senza perdita di dati) come può essere il TIFF, il BMP, ecc. e solo quando il processo di elaborazione è terminato si può fare un salvataggio in JPG per l’archiviazione o l’eventuale stampa.

Conversione analogico/digitale e profondità colore

Se si adotta la modalità RGB e si campiona a 8 bit il segnale in uscita da ogni photodetector, la profondità colore del file grafico che si andrà a formare sarà di 24 bit, così come se il campionamento è avvenuto a 12 bit, il file grafico avrà una profondità colore di 36 bit. La profondità colore è un indice della capacità che ha il metodo di registrazione dei files di rappresentare sfumature piccolissime di colore. In un’immagine maggiore è la profondità colore, maggiore sarà il numero dei livelli di intensità distinguibili su ognuno dei tre canali RGB e di conseguenza maggiore il dettaglio cromatico dell’immagine. Con una profondità colore di 36 bit ogni pixel infatti è individuato da un solo valore cromatico su 68.719.476.736 parti in cui viene suddiviso l’intervallo spettrale della luce visibile (dal rosso cupo al violetto) catturato dal sensore.

RAW [modifica]

Come detto sopra, ciò che si registra nel formato RAW sono i segnali digitali a 10, 12, 14 o 16 bit relativi ad ogni pixel del sensore provenienti dalla conversione da analogico a digitale del segnale di ogni photodetector. La registrazione in formato RAW può avvenire senza alcuna compressione, o con una compressione lossless del file del formato RAW, ovvero senza perdita di dati relativi a dettagli di immagine. Tale caratteristica riduce sensibilmente, ma molto meno del JPG, la dimensione del file da registrare. Ogni dettaglio dell’immagine catturata dal sensore viene così registrato e ricostruito senza nessuna perdita in fase di decompressione, esattamente come fanno i programmi di compressione dati che lavorano con i formati ZIP, RAR, ecc. dove nessun dato deve essere perso, pena l’impossibilità di usare i dati decompressi. La registrazione dei dati in uscita dal sensore senza perdita di informazioni e con una elevata profondità colore (dettaglio cromatico), fra l’altro, permette di elaborare l’immagine con un campo di variazione delle regolazioni (esposizione, bilanciamento del bianco, contrasto, ecc) molto maggiore rispetto alla registrazione con altri formati compressi anche di tipo “lossless”. Dunque con una maggiore profondità colore si ha una maggiore potenzialità di elaborazione delle immagini e quindi si sfruttano al massimo le capacità del sensore e dell’ottica.

RAW+JPG

La scrittura e lettura dei file in formato RAW è decisamente più lenta rispetto a quella in formato JPG a causa della maggiore quantità di dati da muovere (in lettura o in scrittura). Questo rende più difficoltosa l’archiviazione dei file e la loro successiva visione. Per facilitare gli utilizzatori, alcuni produttori di fotocamere digitali hanno inserito il doppio formato di registrazione negli apparecchi. Questo consente di leggere l’immagine registrata in formato JPG con una buona velocità (ad es. nelle operazioni di selezione ed archiviazione delle immagini). Mentre è sempre possibile poter utilizzare il formato RAW in caso di bisogno, ad esempio, per la correzione della esposizione. Lo sfruttamento di questa possibilità, com’è ovvio, richiede il trasferimento di una maggiore quantità di dati sui supporti di memoria (con il conseguente allungamento del tempo di memorizzazione), inoltre comporta l’occupazione di uno spazio maggiore di memoria. Ma tale limite non rappresenta un grosso problema visto il continuo incremento di velocità di scrittura delle schede di memoria, ed il loro costo in €/MB che progressivamente diminuisce.

Modalità della doppia registrazione RAW+JPG

Vi sono almeno due modalità con la quale si realizza la doppia registrazione di RAW + JPG.

  1. La prima modalità è quella che prevede la registrazione nella scheda di memoria di 2 files con lo stesso nome, ma con estensione diversa (quella specifica del RAW e JPG). La dimensione e la qualità del file JPG inoltre possono essere anche non elevate, dovendo servire primariamente alla visualizzazione attraverso il monitor in fase di archiviazione (procedura adottata per es. da Konika-Minolta nel modello Dynax 7D). Tuttavia alcune fotocamere consentono di impostare anche la qualità del file JPG registrato insieme al file RAW. In questo modo un qualunque programma di visualizzazione può archiviare, visualizzare ed anche talvolta elaborare i files così registrati in JPG. Per la visualizzazione e l’elaborazione dei formati RAW occorrono invece programmi dedicati/proprietari, oppure servono dei plug-in specifici nei programmi più diffusi per il fotoritocco.
  2. La seconda modalità invece è quella che prevede l’inserimento nello stesso file in formato RAW di due aggregati di dati grafici: quello relativo al formato RAW dell’immagine ripresa e quello con la stessa immagine in formato JPG di qualità e dimensioni ridotte. Questi due insiemi di dati di immagine vengono registrati quindi in un unico file con estensione RAW proprietaria (che per esempio è .RAF per la Fuji). Ma qui per sfruttare i vantaggi della doppia registrazione – vantaggi che consistono sostanzialmente in una maggiore velocità di visualizzazione delle anteprime dei files in fase di achiviazione – occorre normalmente installare sul PC un software di conversione (ad esempio da RAW a TIFF) proprietario della fotocamera. Questo programma durante la sua installazione inserisce (plug-in) nel sistema PC anche un software (con funzione di decoder) per la visualizzazione delle anteprime in JPG presenti dentro ad ogni file RAW. Questo decoder permette al Gestore Risorse del PC il riconoscimento della piccola porzione dei dati JPG dell’immagine inclusa nel file RAW che viene usata come anteprima. A solo titolo di esempio – per un’immagine completa di 3.488 x 2.616 pixel proveniente da un sensore da 9,1 Mpx – l’immagine JPG dentro ad alcuni files .RAF della FUJI ha una dimensione di 1600×1200 pixel registrati in qualità normale, per un ingombro medio di circa 600kB – 800kB, sui complessivi circa 18,7 MB dell’intero file .RAF all’interno del quale sono contenuti questi dati JPG.

Con questi files si può inoltre procedere all’estrazione del file-anteprima JPG integrato nel file RAW, registrando quindi un file JPG separato (operazione realizzabile spesso usando lo stesso software proprietario di conversione). Se non si estrae il file JPG dal file RAW e non lo si scrive come file separato i programmi di gestione delle risorse dei PC continueranno ad individuare un solo file che è quello in formato RAW uscito dalla fotocamera, benché la visualizzazione dell’anteprima avvenga rapidamente con l’estrazione da dentro il file RAW della componente JPG.

Elaborazione delle immagini in RAW

Per elaborare un file RAW occorre un software adeguato che possa almeno compiere le operazioni che normalmente compie il processore d’immagine della fotocamera e cioè:

  1. acquisire il file;
  2. applicare l’algoritmo di demosaicizzazione per calcolare le due componenti RGB per ogni pixel non direttamente lette dai singoli elementi unitari fotosensibili del sensore;
  3. formare il file grafico con i tre canali RGB campionati a 8, 10, 12, 14 o 16 bit come previsto dall’hardware della fotocamera (convertitore A/D);
  4. apportare modifiche alle caratteristiche principali dell’immagine (bilanciamento del bianco, esposizione, contrasto, regolazione selettiva dei colori, correzione della gamma dinamica;
  5. convertire e salvare il file RAW in vari formati: non compresso (BMP, TIFF a 8 bit/canale, TIFF a 16 bit/canale, GIF, ecc); oppure compresso con metodi di tipo “lossy” (JPG, JP2, ecc); oppure ancora compresso di tipo “lossless” (TIFF compresso LZW, PNG, ecc) in modo che il file sia leggibile dai normali software di trattamento delle immagini.

Talvolta però questi software fanno molto di più e cioè:

  • apportano altre modifiche all’immagine, come la correzione della aberrazione cromatica e delle aberrazioni sferiche dovute alla geometria dell’ottica;
  • rimuovono l’effetto di vignettatura (vignetting) dell’immagine;
  • riducono il rumore elettronico nelle immagini riprese con scarsa illuminazione;
  • applicano filtri per il miglioramento del dettaglio dell’immagine e migliorano la nitidezza apparente;
  • eliminano le interferenze che si generano in alcuni sensori in certe condizioni di ripresa (ad es. l’effetto Moiré)
  • ecc.

Negli utilizzi professionali o scientifici delle immagini fotografiche può essere mantenuta la profondità colore di 16 bit/canale che porterà ad avere delle immagini con un elevatissimo dettaglio cromatico presentando una profondità colore complessiva sui tre canali RGB di 48 bit. Il formato RAW è usato quindi prevalentemente nella fotografia professionale ed amatoriale di alto livello poiché offre performance ottime, ma a discapito della versatilità infatti:

  1. i files registrati hanno una dimensione notevolmente maggiore del JPEG. La dimensione dei files che si producono in RAW in una fotocamera da 9 MPixel con campionamento a 16 bit è intorno a 18,5 MB contro i 2 MB di un file registrato in JPEG-modalità fine. Questo costringe ad avere supporti di memoria molto capienti;
  2. è opportuno (e a volte necessario) utilizzare un software fornito in dotazione alla fotocamera poiché ogni marca utilizza un formato di codifica RAW che non sempre offre compatibilità trasversale.

Formati proprietari RAW

  • Nikon: NEF (Nikon Electronic Format);
  • Kodak: DCR (Digital Camera Raw);
  • Canon: CRW (Canon RaW, estensione file: *.CR2);
  • Olympus: ORF (Olympus Raw Format);
  • Fuji: RAF (RAw Fuji);
  • Minolta: MRW (Minolta RaW);
  • Epson: ERW (Epson RaW);
  • Foveon: X3F.
  • Pentax: PEF.

Software che supportano i formati RAW

Sono disponibili software di tipo freeware per macchine Fuji come S7RAW per i file di formato RAF. Inoltre esistono software sempre freeware o open source per convertire il RAW:

  • FastStone Image Viewer (Win)
  • PhaseOne CaptureOne
  • Bibble (Win-Linux) e MacBibble (Mac)
  • QImage
  • Camera Raw 2.3 (in Photoshop CS e Elements per Mac e Win)
  • Extensis Portfolio 6.1.2 (Mac)
  • iView Media Pro 2.0.3 (Mac e Win)
  • Graphic Converter 5.1 (Mac)
  • dcRAW-X 1.5.3 (Mac)
  • dcraw (Linux – open source)
  • UFRaw (Linux – open source)
  • Raw Therapee (Win e Linux)

Mentre a pagamento ci sono

  • Adobe Camera RAW (Plug-in di Photoshop e Elements per Mac e Win)
  • Apple Aperture 2 (Mac)
  • Apple iPhoto ‘08 (Mac)
  • Adobe Lightroom (Mac e Win)

Per alcuni software di elaborazione delle immagini, è sufficiente scaricare dei plug-in specifici al fine di consentire al programma di leggere il file RAW e salvarlo in un formato che garantisca l’interscambio delle immagini. La caratteristica da considerare adeguatamente quando si usano software non proprietari per elaborare immagini registrate in RAW riguarda la possibilità che questi non riescano ad utilizzare tutti i codici descrittori del file che gli garantiscono tutte le potenzialità d’uso,nonché i codici descrittori dell’impostazione della ripresa dell’immagine (metadati Exif) fra i quali ad esempio quelli relativi ai settaggi delle singole macchine. E questa perdita di metadati può comportare la perdita di flessibilità nella gestione dell’immagine.

Analogie RAW-negativo pellicola e probabile certificazione del copyright

Il formato RAW può essere paragonato, per molti versi, al negativo delle macchine a pellicola. Infatti così come da un negativo su pellicola possono essere realizzate diverse soluzioni cromatiche dell’immagine senza alterare il negativo stesso, anche da un file RAW si possono ottenere, tramite tecniche di post-produzione digitale, molteplici “versioni” dell’originale senza alterare minimamente l’originale in RAW. Inoltre l’immagine grezza rilevata dal sensore e memorizzata in RAW senza nessuna elaborazione, è composta sia dai pixel immagine, caratterizzati dai difetti intrinseci del sensore, sia dal rumore elettronico prodotto dall’attività elettronica dell’apparato. Ciò significa che la stessa immagine ripresa da macchine anche della stessa marca e stesso modello, ma con sensori necessariamente diversi e memorizzate in formato RAW, saranno, ad una analisi in dettaglio dei pixel, diverse una dall’altra così come lo sono i negativi della stessa immagine ripresa con la stessa macchina, ma con pellicole diverse sia pur con le stesse caratteristiche chimiche. Questa peculiarità della memorizzazione in RAW potrà forse consentire la certificazione del copyright anche per immagini digitali a patto di poter dimostrare di possederne gli originali RAW così come il copyright delle immagini su pellicola presuppone il possesso dei negativi originali.

Tuttavia, poiché l’immagine di un file RAW può subire anche elaborazioni molto radicali, come la riduzione calibrata del rumore elettronico (primariamente di origine termica che si genera quasi totalmente nel sensore stesso), o l’eliminazione in essa dei difetti specifici dei sensori come possono essere gli hot pixels; e ancora salvataggi successivi in un formato compresso di tipo lossy come il JPG o interpolazioni per ridimensionare le immagini che portano ad una perdita irrimediabile dei dettagli, si pone un serio problema di metodo per l’analisi comparativa dei dati. Affinché tale analisi possa avere valore in un procedimento legale, occorre perlomeno che le procedure con cui effettuare una possibile perizia – procedure da definire in un ambito di informatica forense – siano prima codificate e poi accettate in ambito giudiziario, stabilendo fra l’altro un criterio per accettare la comparazione fra supporti diversi, oltre che limiti statistici di corrispondenza fra pixel o gruppi di pixel o aree delle immagini comparate.

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PIXEL

Luglio 8, 2008 · Lascia un Commento

Pixel

In computer grafica, con il termine pixel (contrazione della locuzione inglese picture element) si indica ciascuno degli elementi puntiformi che compongono la rappresentazione di una immagine raster nella memoria di un computer.

Solitamente i punti sono così piccoli e numerosi da non essere distinguibili ad occhio nudo, apparendo fusi in un’unica immagine quando vengono stampati su carta o visualizzati su un monitor. Ciascun pixel, che rappresenta il più piccolo elemento autonomo dell’immagine, è caratterizzato dalla propria posizione e da valori quali colore e intensità, variabili in funzione del sistema di rappresentazione adottato.

L’esempio qui a destra mostra un logo in grafica raster ingrandito in modo da evidenziare i singoli pixel. Si noti che in questo caso l’illusione di una immagine uniforme è resa più realistica mediante l’uso di sfumature di grigio sul bordo dei caratteri, evitando bruschi passaggi di colore (tale processo è detto di antialiasing).

Aspetti tecnici

Più pixel sono usati per rappresentare un’immagine, più il risultato assomiglierà all’immagine originale. Il numero di pixel in un’immagine è a rigore una area ma nell’uso comune viene utilizzato con abuso il termine risoluzione. Può essere espressa da un solo numero, come tre megapixel detto di una fotocamera che ha tre milioni di pixel, o da una coppia di numeri come in ’schermo 640 x 480′, che ha 640 pixel in larghezza e 480 in altezza (come nei display VGA), perciò con un numero totale di pixel di 640*480 = 307.200.

I punti colorati che formano un’immagine digitale (come una JPEG) vengono chiamati anch’essi pixel. Possono non essere in corrispondenza uno-a-uno con i pixel dello schermo. Nei casi in cui questa distinzione è importante, i punti del file possono essere chiamati texel.

In informatica, un’immagine composta da pixel è conosciuta come immagine bitmap o immagine raster. La parola raster trae origine dalla tecnologia della televisione analogica. Le immagini bitmap sono usate per codificare il video digitale e per produrre arte generata da computer.

Poiché la risoluzione del monitor può essere regolata dal sistema operativo del computer, un pixel è una misura relativa. I moderni schermi per computer sono progettati con una risoluzione nativa, che si riferisce al perfetto accoppiamento tra pixel e triadi. La risoluzione nativa darà origine all’immagine più netta tra quelle che lo schermo è in grado di produrre. Comunque, l’utente può aggiustare la risoluzione, il che si ottiene disegnando ogni pixel usando più di una triade. Questo processo normalmente dà origine a una immagine sfuocata. Ad esempio, uno schermo con risoluzione nativa di 1280×1024 produrrà le migliori immagini se impostato a quella risoluzione, mostrerà la risoluzione a 800×600 in modo adeguato, disegnando ogni pixel con più di una triade, e non sarà in grado di mostrare immagini a 1600×1200 a causa della mancanza di un numero sufficiente di triadi.

Normalmente, una risoluzione non nativa viene mostrata meglio su uno schermo CRT che su un LCD.

I pixel possono essere sia quadrati che rettangolari. Un valore chiamato pixel aspect ratio, descrive le proporzioni di un pixel per la sua corretta visualizzazione. Ad esempio, un pixel aspect ratio di 1,25:1, significa che ogni pixel dev’essere visualizzato 1,25 volte più largo che alto perché quanto rappresentato sia proporzionato. I pixel sugli schermi dei computer sono in genere quadrati, ma i pixel utilizzati nel video digitale hanno forma non quadrata, come nel D1 aspect ratio.

Ogni pixel di un’immagine monocroma ha la sua luminosità. Un valore pari a zero di norma rappresenta il nero, mentre il valore massimo rappresenta il bianco. Ad esempio, in un’immagine a otto bit, il massimo valore senza segno che può essere immagazzinato è 255, così questo è il valore usato per il bianco.

Nelle immagini a colori, ogni pixel ha la sua luminosità e colore, tipicamente rappresentate da una tripletta di intensità di rosso, verde e blu (vedi RGB). I monitor a colori usano pixel composti da 3 sotto-pixel. Nelle immagini in scale di grigio i valori di accensione dei 3 subpixels è sempre uguale (ad esempio R=71, G=71, B=71).

Il numero di colori distinti che possono essere rappresentati da un pixel dipende dal numero di bit per pixel (BPP). Valori comuni sono:

  • 8 bpp (256 colori)
  • 16 bpp (65.536 colori, noto come Highcolour)
  • 24 bpp (16.777.216 colori, noto come Truecolour).

Immagini composte da 256 colori o meno, vengono normalmente immagazzinate nella memoria video del computer, in formato chunky o planar, dove un pixel in memoria è l’indice di una lista di colori chiamati palette (tavolozza). Queste modalità sono quindi chiamate modalità indicizzate. Mentre vengono mostrati solo 256 colori, questi sono presi da una tavolozza molto più ampia, tipicamente di 16 milioni di colori. Cambiare i valori della tavolozza permette una specie di effetto animato. Il logo animato di avvio di Windows 95 e Windows 98 è probabilmente il più noto esempio di questo tipo di animazione.

Per profondità di colore più ampie di 8 bit, il numero è il totale dei tre componenti RGB (rosso, verde e blu). Una profondità di 16 bit viene di solito divisa in cinque bit di rosso e blu e sei di verde, (il verde ha più bit perché l’occhio e più sensibile a quel colore). Una profondità di 24 bit permette 8 bit per componente. Su alcuni sistemi è disponibile una profondità di 32 bit: questo significa che ogni pixel a 24 bit ha 8 bit extra per descrivere l’opacità. Sui sistemi più vecchi è comune il formato a 4 bpp (16 colori).

Quando un file immagine viene mostrato a video, il numero di bit per pixel viene espresso separatamente per il file raster e per lo schermo. Alcuni formati di file raster, hanno una grande profondità in bit rispetto ad altri. Il formato GIF, ad esempio, ha una profondità massima di 8 bit, mentre il TIFF può gestire pixel a 48-bit. Non ci sono monitor che possano rappresentare colori a 48 bit, e quindi questa profondità viene di solito usata per applicazioni professionali specializzate che lavorano con scanner d’immagini o stampanti. Questi file vengono “renderizzati” su schermo con 24-bit di profondità.

Altri oggetti derivati dal pixel, come i voxel (elementi di volume), i texel (elementi di consistenza) e i surfel (elementi di superficie), sono stati creati per altri utilizzi della computer grafica.

Sotto-pixel

Sugli schermi a cristalli liquidi e su quelli a tubo catodico, ogni pixel è costruito da tre sotto-pixel, ognuno per i tre colori, posti a distanza ravvicinata. Ogni singolo sotto-pixel è illuminato in base a un determinato valore, e a causa della loro prossimità, creano l’illusione ottica di un singolo pixel di un colore particolare.

Una tecnica recente per aumentare la risoluzione apparente di un monitor a colori, chiamata sub-pixel font rendering, usa la conoscenza della geometria dei pixel per manipolare separatamente i tre sotto-pixel, il che sembra essere particolarmente efficace con gli schermi LCD impostati con risoluzione nativa. Questa è una forma di antialiasing, e viene usata principalmente per migliorare l’aspetto del testo. Il Cleartype di Microsoft, che è disponibile su Windows XP, ne è un esempio. Un altro esempio è la tecnologia Quartz utilizzata dal Mac OS X per l’interfaccia grafica. In questo caso l’intera interfaccia grafica utilizza questa tecnologia. Ciò rende l’interfaccia grafica più gradevole ma rende le singole linee meno definite e questo in alcuni casi può disturbare l’utente.

Megapixel

Un megapixel è 1 milione di pixel, e viene solitamente usato con riferimento alle macchine fotografiche digitali.

Alcune macchine fotografiche digitali usano i CCD, che registrano i livelli di luminosità. Vecchie fotocamere digitali, che non usano i CCD Foveon X3 hanno filtri colorati rossi, verdi e blu, in modo che ogni pixel possa registrare la luminosità di un singolo colore primario. Quindi, i pixel delle fotocamere digitali che non usano i CCD Foveon X3, sono simili a sotto-pixel. La fotocamera interpola l’informazione di colore per creare l’immagine finale. Quindi, un’immagine a ‘x’-megapixel, proveniente da una fotocamera con 1/4 della risoluzione di colore della stessa immagine acquisita da uno scanner. La risoluzione dei dettagli non ne risente. Quindi, un’immagine di un oggetto blu o rosso (di solito ci sono più pixel verdi) tenderà ad apparire sfuocata, se confrontata con lo stesso oggetto in toni di grigio.

È importante sapere che in numero di megapixel non è un diretto indice di qualità delle macchine fotografiche; è vero che un numero piu elevato di pixel permette, in linea teorica, un maggior potere risolutivo, ma questo è spesso limitato dal sistema ottico utilizzato per convogliare l’immagine sul sensore. Se il potere risolutivo del complesso di lenti è inferiore al potere risolutivo della matrice di pixel allora non si avrà alcun guadagno nell’aumentare in numero di pixel, anzi si avrà un peggioramento delle prestazioni del sistema a causa del maggiore rumore elettronico introdotto.

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CMOS

Luglio 8, 2008 · Lascia un Commento

CMOS

Circuito invertitore a tecnologia CMOS

Circuito invertitore a tecnologia CMOS

La Tecnologia CMOS (Complementary MOS) è un tipo di tecnologia utilizzata in elettronica per la progettazione di componenti digitali utilizzando transistor.

Si fonda su una struttura circuitale costituita dalla serie di una rete di “Pull-Up” ed una di “Pull-Down”. La prima s’incarica di replicare correttamente il livello logico alto LL1 mentre alla seconda è destinata la gestione del livello logico basso LL0. La rete di Pull-Up è costituita di soli P-MOS, ovvero quel particolare tipo di transistori MOS che si “accendono” solo se la tensione presente al loro gate (misurata rispetto il loro source) è minore della loro tensione di soglia, che per questi particolari componenti equivale a metà tensione di alimentazione. Inversamente la rete di Pull-Down è costituita di soli N-MOS, ovvero quel particolare tipo di transistori MOS che si accendono solo se la tensione presente al loro gate (misurata rispetto il loro source) è maggiore della loro tensione di soglia. Per poter capire meglio come sia strutturata la tecnologia CMOS può risultare utile osservare una porta logica NOT realizzata con tecnologia CMOS. Si può notare come, nell’eventualità che il segnale d’ingresso sia a LL1, sia il solo N-MOS ad attivarsi portando l’uscita a LL0. Inversamente, con l’ingresso a LL0, è il solo P-MOS ad attivarsi portando l’uscita a LL1. Particolarità di questa porta logica è di avere lo swing logico pieno, cioè pari alla massima tensione applicata, Vcc; inoltre né la rete di pull-up né la rete di pull-down soffre di effetto body. La componentistica realizzata in questa tecnologia è caratterizzata da un consumo di corrente estremamente basso.

Caratteristiche

Uno dei principali vantaggi della logica CMOS è di avere una potenza statica dissipata idealmente nulla: questa caratteristica è dovuta alla complementarietà del pull-down (n-Mos) e del pull-up (p-Mos); ossia, quando è acceso il pull-up, è spento il pull-down, e viceversa. In realtà ci sono piccole correnti di perdita (per caricare/scaricare le capacità parassite, la corrente di cortocircuito durante la commutazione di stato, per perdite alle giunzioni e per le correnti di sottosoglia), trascurabili se il numero dei MOS è relativamente piccolo, ma che può diventare particolarmente sentito, in particolare le correnti di sottosoglia sono responsabili di circa la metà della dissipazione di potenza nelle attuali realizzazioni VLSI.

Dimensionando opportunamente i due MOS (simmetrici dal punto di vista funzionale) è possibile avere una curva caratteristica simmetrica, soluzione ottima per avere il margine di immunità ai disturbi (Noise Margin) il più elevato possibile. Il tratto di caratteristica ad alto guadagno è indipendente dal rapporto tra i fattori di forma dei due Mos (ratioless).

È noto che ogni funzione logica binaria può essere espressa in termini di NAND oppure in termini di NOR, che costituiscono quindi gli elementi base per costruire qualsiasi circuito digitale. La realizzazione in tecnologia CMOS della porta logica NAND e della porta logica NOR è:

  • NAND: pull-up costituito da due p-Mos in parallelo e pull-down da due n-Mos in serie
  • NOR : pull-up costituito da due p-Mos in serie e pull-down da due n-Mos in parallelo

Potenza dinamica dissipata da un CMOS

Si possono identificare due tipi di dissipazioni di potenza dinamica:

  • Potenza di cortocircuito
  • Potenza associata alla carica/scarica del condensatore
P_{(media)} = \frac {1}{T} \int p(t)dt

Potenza di cortocircuito

Trascuriamo la capacità parassita Cl e consideriamo un segnale di ingresso che comprenda un fronte di salita e uno di discesa, tenendo presente il ritardo di propagazione (tr e tf sono non nulli). Dall’istante ta a tc e da td a tf la corrente non è nulla in quanto sia il PU che il PD sono accesi. Quindi la potenza avrà un valore non nullo in quei punti; ricordiamo che la potenza dinamica è:

Grafico della Vi e Id rispetto al tempo della logica CMOS

Grafico della Vi e Id rispetto al tempo della logica CMOS

PD = Vdd * Id

Quindi calcoliamo la potenza media:

P_{d, media} = \frac {1}{T} \left [ \int_{t_a}^{t_b} P_d dt + \int_{t_b}^{t_c} P_d dt + \int_{t_d}^{t_e} P_d dt + \int_{t_e}^{t_f} P_d dt \right ] =
= \frac {V_{dd}}{T} \left [ \int_{t_a}^{t_b} I_{dn,sat}(t) dt + \int_{t_b}^{t_c} I_{dp,sat}(t) dt + \int_{t_d}^{t_e} I_{dp,sat}(t) dt + \int_{t_e}^{t_f} I_{dn,sat}(t) dt \right ]

Facendo l’ipotesi di MOS complementari

βn = βp
Vtn = | Vtp | = Vt

Allora

Idn,sat = Idp,sat

Si viene ad avere

P_{d, media} = \frac {4 V_{dd}}{T} \left [ \int_{t_a}^{t_b} \frac {\beta n}{2} (V_{gsn}(t) - V_{tn})^2 dt \right ]

Possiamo conoscere gli estremi di integrazione tramite l’equazione

t:tr = Vi(t):Vdd
t = t_r * \frac {V_i(t)}{V_{dd}}
Vi(t) = Vgsn(t)

Sostituendo:

(Media)Pd = 4Vdd/T [ ∫tr/2 a tr*Vtn/Vdd βn/2(Vi(t)-Vtn)²dt ]

Risolvendo:

P_{d,media} = \beta * t_r * \frac {V_{dd}^3}{12 T} \left [ 1 - \frac {2V_{tn}}{V_{dd}} \right ]
Grafico della Vo e Id rispetto a Vi della logica CMOS

Grafico della Vo e Id rispetto a Vi della logica CMOS

Facendo l’ipotesi Vdd > > Vtn

P_{d, media} = \beta * t_r * \frac {V_{dd}^3}{12T}

Nota: Dipende:

  • linearmente dalla durata del fronte di salita (o di discesa)
  • dal cubo della tensione di alimentazione
  • inversamente dal Periodo (cioè, aumentando la frequenza di lavoro, aumenta la potenza dissipata)

Potenza associata alla carica/scarica del condensatore

Questa volta poniamo tr e tf nulli in modo che la Pcc = 0 e consideriamo il condensatore parassita. Adesso la potenza dissipata sarà quella utilizzata dai MOS per caricare e scaricare il condensatore.

Possiamo identificare 3 parametri:

Pc = potenza dissipata dal condensatore (in un periodo si sarà caricato e scaricato, quindi avrà assorbito e ceduto la stessa potenza; questo porta ad avere una potenza media dissipata nulla
Pn = Idn(t) * Vdsn(t) – Potenza dissipata dal N-MOS per scaricare il condensatore
Pp = Idp(t) * Vsdn(t) – Potenza dissipata dal P-MOS per caricare il condensatore

Quindi la potenza media dinamica è

Pdmedia = Pn + Pp + Pc = Pn + Pp

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CCD

Luglio 8, 2008 · Lascia un Commento

Charge Coupled Device

Sequenza di eventi e spostamento di carica in tre pixel consecutivi

Sequenza di eventi e spostamento di carica in tre pixel consecutivi

Un CCD (acronimo di Charge Coupled Device) consiste in un circuito integrato formato da una riga, o da una griglia, di elementi semiconduttori (photosite) in grado di accumulare una carica elettrica (charge) proporzionale all’intensità della radiazione elettromagnetica che li colpisce. Questi elementi sono accoppiati (coupled) in modo che ognuno di essi, sollecitato da un impulso elettrico, possa trasferire la propria carica ad un altro elemento adiacente.

Inviando al dispositivo (device) una sequenza temporizzata d’impulsi, si ottiene in uscita un segnale elettrico grazie al quale è possibile ricostruire la matrice dei pixel che compongono l’immagine proiettata sulla superficie del CCD stesso.

Questa informazione può essere utilizzata direttamente nella sua forma analogica, per riprodurre l’immagine su di un monitor o per registrarla su supporti magnetici, oppure può essere convertita in formato digitale per l’immagazzinamento in file che ne garantiscano il riutilizzo futuro.

Storia

Il CCD fu ideato alla divisione componenti semiconduttori dei Bell Laboratories da Willard S. Boyle e George E. Smith nel 1969. L’anno seguente venne realizzato un prototipo funzionante.

Nel 1975 fu realizzata la prima videocamera con CCD con una qualità dell’immagine sufficiente per le riprese televisive.

Agli inizi del XXI secolo il CCD è il cuore delle moderne macchine fotografiche e videocamere digitali, ma anche dei fax e degli scanner. La scelta di una buona macchina passa per la scelta di un buon CCD, caratterizzato dalla dimensione in pollici (1/2,1/3,2/3, …) e dal numero di pixel che compongono l’immagine catturata. La ricerca attuale è volta anche ad ottimizzare la forma del singolo pixel e la sua posizione.

Recentemente una famosa ditta produttrice ha annunciato che entro il 2008 realizzerà un CCD con sensibilità alla luce pari quasi a quella dell’occhio umano avendo così la possibilità, nelle macchine fotografiche, di poter eliminanare il flash. Nonostante le ottime caratteristiche dei sensori CCD essi stanno per essere soppiantati dagli oramai molto diffusi sensori CMOS.

CCD in astronomia

Sensore CCD sviluppato per applicazioni aerospaziali. Il sensore rileva la luce visibile e l'ultravioletto

Sensore CCD sviluppato per applicazioni aerospaziali. Il sensore rileva la luce visibile e l’ultravioletto

Sin dalla sua nascita il CCD ha avuto largo uso in campo astronomico, dimostrando subito le enormi potenzialità rispetto alla fotografia tradizionale. Gli osservatori astronomici si sono dotati di questo strumento anche per velocizzare e rendere più precise le osservazioni astronomiche; anche l’immagine catturata dallo specchio di 2,4 metri di diametro del telescopio spaziale Hubble viene focalizzata su un CCD di 8 megapixel. Il telescopio Pan-STARRS sviluppato per individuare i potenziali asteroidi in rotta di collisione con la Terra ha una serie di 60 CCD che generano 1.9 gigapixel e quindi ha il CCD con più alta risoluzione del pianeta.[1]

L’abbattimento dei costi, inizialmente molto alti, ha permesso negli ultimi anni la diffusione dei CCD anche in campo amatoriale. Sempre più astrofili si dotano di un CCD per le riprese, consentendo risultati in passato impensabili per un non professionista. Per ottenere le immagini desiderate, il dispositivo viene applicato al fuoco del telescopio.

Il CCD per uso astronomico, contrariamente ai CCD utilizzati per le videocamere, webcam, macchine fotografiche, deve avere, causa le lunghe esposizioni, il minimo rumore di fondo e quindi la sua componente più importante, il rumore termico. Per ottenere tale risultato è necessario utilizzare CCD con elettronica progettata appositamente per tale scopo, con la possibilità di potersi interfacciare ad un dispositivo di raffreddamento (normalmente è una cella di peltier), che consente di mantenere il dispositivo ad una temperatura molto bassa. Quando il sensore CCD è mantenuto ad una temperatura più bassa, la qualità delle immagini migliora, in quanto si riduce il rumore termico catturato dal dispositivo.

Negli ultimi anni si è venuta ad affermare un’altra tecnica di utilizzo del CCD in astronomia per oggetti non troppo deboli, come la Luna ed i pianeti. Questa tecnica prevede di eseguire una lunga serie di riprese del soggetto, e successivamente, con appositi software, sommare tali riprese in modo che il rumore di fondo vada a scomparire (in quanto casuale) e venga esaltata l’immagine del corpo celeste ripreso. Questa tecnica ha di fatto permesso ai modesti strumenti amatoriali di ottenere riprese di grande qualità, confrontabili, qualche volta, con quelle prodotte dagli strumenti professionali.

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Fotografia Digitale

Luglio 8, 2008 · Lascia un Commento

Innanzitutto per smentire quella fascia di fotografi, (per così dire) che pensano, e scrivono
nei loro blog che l’analogico è meglio del digitale…Cazzate !!! Il digitale ha sorpassato
l’analogico in tutti i sensi…per coloro che si ritengono dei professionisti, vi consiglio di
leggere “Fotografia Digitale” di Ben Long.

Sensori

Vi sono due tipi principali di sensori;

* CCD (Charge Coupled Device)
* CMOS (Complementary Metal Oxide Semiconductor)

Ci sono anche due tipi possibili di lettura dei segnali elettrici in uscita dai sensori:

* Area array
* Linear array

Un sensore area array legge l’intera immagine, mentre un sensore linear array lavora con modalità simile a quella di uno scanner.

Funzionalità e connettività

Fatta eccezione per alcuni modelli del tipo linear array (in fascia alta) e per le webcam (in fascia bassa), viene utilizzata una memoria digitale (di solito una memory card; i floppy disk e i CD-RW sono molto meno comuni) per memorizzare le immagini, che possono essere trasferite su PC in seguito.

La maggior parte delle macchine fotografiche digitali permettono di realizzare filmati, talvolta con sonoro. Alcune possono essere utilizzate anche come webcam, altre supportano il sistema PictBridge per connettersi direttamente alle stampanti, altre ancora possono visualizzare le fotografie direttamente sul televisore. Quasi tutte includono una porta USB o FireWire port e uno slot per memory card.

Alcune possono registrare filmati, con la limitazione della memoria disponibile. Una memory card da 1 GB può memorizzare approssimativamente un’ora di video in formato MPEG-4. I modelli più recenti possono catturare fotogrammi ad una frequenza di 30 immagini/secondo con una risoluzione di 640×480 pixel. Alcune possono registrare l’audio in stereo, ed essere comandate in remoto dal PC, e ovviamente, memorizzare i video sull’hard disk o su DVD tramite il masterizzatore.

Nei paragrafi che seguono la discussione verterà primariamente sulla fotografia digitale come prodotto di riprese con fotocamera digitale.

Prestazioni

La qualità di una foto digitale prodotta da una fotocamera digitale è la somma di svariati fattori, alcuni riconducibili alle macchine fotografiche reflex. Il numero di pixel (di solito indicato in megapixel, milioni di pixel) è solo uno dei fattori da considerare, sebbene sia di solito quello più marcato dalle case di produzione.

Il fattore più critico è comunque il sistema che trasforma i dati grezzi (raw data) in un’immagine fotografica. Da considerare vi sono anche, ad esempio:

* la qualità delle ottiche: distorsione (aberrazione sferica), luminosità, aberrazione cromatica… (vedi Lente o Obiettivo fotografico)
* il sensore utilizzato: CMOS, CCD, che fra l’altro gioca un ruolo centrale nella ampiezza della gamma dinamica delle immagini catturate, …
* il formato di cattura: numero di pixel, formato di memorizzazione (RAW, TIFF, JPEG, …)
* il sistema di elaborazione interno: memoria di buffer, algoritmi di elaborazione immagine, …)

Numero di Pixel e qualità delle immagini

L’analisi del rapporto fra numero di pixel e qualità delle immagini è uno dei temi centrali per capire quali sono gli elementi che danno valore ad una fotocamera digitale ed alle fotografie da essa prodotte. Si cercherà dunque di dare quelle informazioni che permettono di condurre un’analisi dei fattori di qualità di un’immagine digitale.

Il numero dei pixel è un parametro che sta ad indicare la risoluzione (cioè è un indicatore del più piccolo dettaglio della scena fotografata e registrato dalla fotocamera digitale). Questo è uno dei fattori che determina la nitidezza dell’immagine.

Per valutare la qualità complessiva dell’immagine, oltre alla dimensione del dettaglio fotografabile (tanto più piccolo, quanto più grande è la risoluzione), occorre invocare numerosi altri fattori, come la fedeltà cromatica di ogni pixel (infatti il pixel contiene il valore che esprime il preciso colore del particolare elementare dell’immagine che esso rappresenta – vedi il paragrafo sulla “fedeltà cromatica-profondità colore”) e la qualità delle ottiche e dei sensori.

In un’immagine digitale il numero di pixel viene calcolato semplicemente moltiplicando il numero di pixel della base dell’immagine per il numero di pixel dell’altezza. Ad esempio un’immagine di 1,92 Megapixel (equivalenti a 1.920.000 pixel) sono il risultato di un’immagine di 1600×1200 pixel. Il megapixel, letteralmente “milioni di pixel” è un multiplo del pixel (mega=1 milione), unità di misura adeguata ed utile a comprendere la quantità totale di pixel presenti nel sensore. Il valore indicato è comunque approssimativo in quanto una parte dei pixel (in genere quelli periferici del sensore) servono al processore d’immagine per avere informazioni sul tipo di esposizione (ad esempio sulla luminosità della scena) e ricoprono in pratica il ruolo di “pixel di servizio”. Dunque un sensore può essere dotato di 9,2 megapixel, ma registrare immagini di 9,10 megapixel (senza approssimazione i valori potrebbero essere 9.106.944 pixel, che corrispondono ad un’immagine di 3.488 x 2.616 pixel). La maggior parte delle macchine fotografiche digitali compatte è in formato 4:3 (1600×1200, 800×600, …). Mentre nelle reflex digitali (DSLR=Digital Single Lens Reflex) e in alcune fotocamere compatte (con obiettivo non intercambiabile) di fascia alta (“SLR-like” o anche chiamate “prosumer”) si può impostare sia il formato 4:3, sia il rapporto classico 3:2 delle fotocamere a pellicola.

Per quanto riguarda i sensori va detto che gli indici di qualità sono almeno i seguenti:

* capacità di produrre immagini di alta qualità
* velocità di cattura delle immagini.

Un approfondimento delle caratteristiche che attribuiscono qualità ai sensori si trova nel paragrafo “Il sensore” della voce correlata fotocamera digitale.

Come anticipato sopra, occorre fare delle distinzioni concettuali fra alcuni elementi che costituiscono il sensore per analizzare alcuni fattori di qualità della fotografia digitale ed anche per capire il sistema fotografico digitale. Pertanto le descrizioni che seguono relative a photosite, elemento unitario fotosensibile (o photodetector’) e pixel si ritengono necessarie per chiarire, sia la modalità di funzionamento dei vari tipi di sensori usati in fotografia digitale, sia per evitare confusione e quindi fraintendimenti sulla reale risoluzione delle immagini prodotte con i vari sensori. La risoluzione è infatti uno dei fattori più evidenziati nelle caratteristiche delle fotocamere digitali, ma dalla analisi delle caratteristiche tecniche, sia di fotocamere, sia specificamente di sensori, questa distinzione non è sempre chiaramente ed univocamente dichiarata. Nelle specifiche tecniche, probabilmente per ragioni di marketing, non distinguere pixel da photodetector consente di indicare valori numerici maggiori, fatto, questo, che forse si ritiene abbia più efficacia in termini di comunicazione commerciale.

Il photosite

Per comprendere i fattori che determinano la qualità delle immagini dal punto di vista del sensore occorre considerare specifici elementi tecnologici dei sensori che impongono la introduzione del concetto di “photosite” (che può essere definito come “luogo di cattura del più piccolo dettaglio dell’immagine”).

Distinguere photosite da pixel

Il pixel è un concetto informatico, che appartiene quindi alla categoria del software e il suo contenuto informativo è un gruppo di dati che descrive le caratteristiche cromatiche del più piccolo dettaglio dell’immagine. Tale proprietà permette quindi, componendo molti pixel, di formare l’intera immagine. Mentre il “photosite” è un luogo fisico. Si tratta di uno spazio con uno o più elementi fotosensibili a seminconduttore che sono in grado di trasformare un flusso luminoso in una determinata quantità di cariche elettriche. Nel photosite inoltre è presente generalmente un microscopico sistema ottico che sovrasta il photodetecotr formato da un piccolo cristallo con forma a calotta quasi-sferica avente la funzione di catturare la maggior parte di luce possibile di quella incidente sulla superficie del sensore. Talvolta questo cristallo (o resina trasparente) è un elemento unitario colorato “R” o “G” o “B” del filtro Bayer, il cosidetto C.F.A. (Color Filter Array).

Il photosite è inoltre la parte unitaria di un luogo più ampio che è chiamato generalmente sensore. Le caratteristiche del photosite permettono di capire, sia dal punto di vista elettrico, sia da quello ottico, il modo con cui vengono catturati i singoli elementi che formano le immagini.

L’elemento unitario fotosensibile (photodetector)

La funzione dell’elemento fotosensibile (chiamato anche photodetector) è quella di trasformare un flusso luminoso in un segnale elettrico di intensità proporzionale alla intensità del flusso luminoso in quel punto. In entrambe le tecnologie (CCD e CMOS) l’elemento unitario fotosensibile riesce dunque a registrare solamente livelli di intensità di luce monocromatica.

Poiché ogni colore può essere riprodotto dalla mescolanza di tre componenti primarie della luce (rosso, verde, blu – RGB), dall’elemento unitario fotosensibile occorre ottenere un segnale elettrico relativo alla componente R o alla componente G o a quella B. Questo lo si ottiene filtrando la luce che investe l’elemento fotosensibile con filtri ottici in modo che su di esso giunga solamente la componente desiderata. Questo principio vale per tutte le tecnologie costruttive e per tutte le tipologie di sensori.

Nelle fotocamere digitali possiamo trovare sensori aventi photosite che hanno un solo photodetector, due o tre photodetector. Poiché ogni pixel, come si può comprendere nel paragrafo successivo, deve contenere informazioni, dati, su ognuna delle tre componenti primarie della luce, è evidente che se in un photosite si trova un solo photodetector, occorrerà calcolare per interpolazione cromatica i dati relativi alle due componenti mancanti; se nel photosite vi sono tre photodetector ogni componente monocromatica primaria sarà rilevata e nulla andrà calcolato.

Vi è al momento un particolare tipo di sensore il Super CCD SR a marchio Fuji che ha due photodetector specializzati in ogni photosite. Questi però non catturano due componenti cromatiche diverse, ma due intensità diverse di flusso luminoso della stessa componente cromatica. In questi sensori – dotati di Color Filter Array (C.F.A.) – l’effetto che si ottiene con una tale struttura dei photosite è quello di avere una gamma dinamica maggiore nelle immagini catturate.

Il pixel

Poiché l’immagine finale è formata da pixel occorre innanzitutto spiegare in che modo il pixel, qualunque pixel, descrive le caratteristiche cromatiche (il colore) di quel dettaglio dell’immagine. Per questa ragione va premesso che un modo per riprodurre qualunque colore nello spettro della luce visibile (dal rosso cupo al violetto) è quello di proiettare tre raggi di luce relativi alle tre componenti monocromatiche ROSSE (R), VERDI (G) E BLU (B) dosandoli adeguatamente in intensità per ottenere il colore voluto (una bassa intensità di ogni componente primaria tende al nero, un’alta intensità tende al rispettivo colore saturo R, G o B). Questo metodo di sintetizzare i colori (ogni colore) con la luce si chiama mescolanza o sintesi additiva e si attua con i tre colori primari della sintesi additiva (RGB: Rosso-R Verde-G Blu-B). Quando invece si ha a che fare con mescolanza di pigmenti (inchiostri, quindi, non luce) si parla di sintesi o mescolanza sottrattiva ed i tre colori base sono CMYK, ovvero Ciano (C), Magenta (M) e Giallo (Y), che sono i tre colori complementari del Rosso Verde e Blu. La sintesi sottrattiva è quella usata in stampa (anche domestica) dove si aggiunge inoltre un inchiostro con un colore chiave (K=key), il nero, per compensare le inevitabili impurità di colore dei tre pigmenti CMY al fine di migliorare la fedeltà cromatica delle tonalità scure delle immagini. Un file di immagini destinato alla fruizione su monitor (pubblicazione su internet) o su dispositivi di proiezione avrà dunque uno spazio dei colori diverso da un file di immagini destinato ad una tipografia che stampa in quadricromia. Nel primo caso lo spazio colore sarà RGB, nel secondo sarà CMYK. Lo spazio colore è un modello matematico che descrive le possibilità di riprodurre in modo percepibile dall’occhio umano tutte le tonalità della luce visibile, vi sono dunque spazi colore diversi per diversi dispositivi che possono riprodurre i colori. Per quanto riguarda l’RGB si ha la variante sRGB e la variante AdobeRGB che differisce dalla prima per la sua capacità di rappresentare una gamma cromatica più ampia. Le fotocamere digitali producono normalmente immagini con una delle varianti RGB. I sistemi professionali di elaborazione delle immagini hanno tuttavia la possibilità di convertire fedelmente dei file di immagini digitali da uno spazio colore ad un altro. Per consentire la formazione di un’immagine fotografica digitale fedele, ogni pixel deve contenere quindi informazioni (dati) su ognuna delle tre componenti RGB.

Sistemi di acquisizione

Nelle fotocamere digitali sono sostanzialmente tre i metodi con cui si forma l’immagine:

1. quello dei sistemi basati sul color filter array – CFA
2. quello dei sistemi basati sui sensori a marchio FOVEON
3. quello dei sistemi basati sui sensori Fujifilm “Super CCD SR” con CFA

Sistemi con CFA

Nei sistemi con Color filter array (con Filtro Bayer RGB o RGB-E) – che possono essere costruiti sia in tecnologia CCD o C-MOS – ogni photosite ha un solo elemento fotosensibile e cattura una sola delle tre componenti (o R, o G, o B), in questo modo le altre componenti di ogni pixel devono essere calcolate dal processore d’immagine attraverso una procedura di interpolazione. Così il prodotto finale di una fotocamera per es. da 3,4 Megapixel è un file con 3,4 megapixel dove ogni pixel ha le tre componenti RGB, ma una è realmente catturata dall’elemento fotosensibile e due calcolate. Un approfondimento sul funzionamento di questi sensori si trova alla voce correlata RAW (immagine). Per chiarire invece le diverse modalità di interpolazione adottate in fotografia digitale si rimanda al paragrafo interpolazione della voce correlata Fotocamera digitale.

Sistemi basati su FOVEON

Nei sistemi invece basati su sensori FOVEON (costruiti in tecnologia CMOS) ogni photosite cattura tutte e tre le componenti RGB, dunque vi sono tre elementi fotosensibili su ogni photosite. Qui per ottenere un’immagine finale da 3,4 Megapixel occorre avere un sensore con 10,2 milioni di elementi fotosensibili collocati in 3,4 milioni di photosite, ogni photosite è composto da tre strati, su ogni strato è collocato un photodetector. Qui ogni photosite (che numericamente) corrisponderà al pixel, ha tutte e tre le componenti RGB catturate da tre elementi fotosensibili e nessuna delle tre componenti è stata stimata con una procedura di calcolo. Purtroppo a tutt’oggi (aprile 2007) la mancata distinzione fra photosite, pixel ed elemento fotosensibile genera una non immediata comprensione della risoluzione dell’immagine prodotta. Infatti se può essere vero che le immagini finali hanno una migliore resa cromatica ed una minore presenza di interferenze (come l’effetto Moiré), è altrettanto vero che 10,2 milioni di elementi fotosensibili danno origine ad una immagine con una risoluzione di 3,4 megapixel. Le specifiche tecniche del sensore FOVEON testualmente recitano: “Total number of pixel sensors in image sensor: effective Pixels: 10.2 million pixels (3.4R, 3.4G, 3.4B), 2268 columns x 1512 rows x 3 layers”. Solo un tecnico con buone conoscenze nel campo della informatica grafica comprende immediatamente che con quei 10,2 megapixel si producono con FOVEON immagini da 3,4 megapixel, mentre un normale utilizzatore potrebbe essere indotto a ritenere che il sensore produca immagini con una risoluzione maggiore di quella reale. È evidente che se fosse introdotto e correttamente applicato il concetto di photosite sarebbe immediatamente chiaro che in quel sensore vi sono 3,4 milioni di photosite ognuno dei quali contiene tre elementi fotosensibili e il risultato è un file di immagine da 3,4 milioni di pixel. Solo così si ritiene possa essere attribuito al pixel la corretta accezione informatica che esso possiede, e si eviterebbe di confondere pixel con elemento fotosensibile e con photosite.

Sistemi basati su sensori Fujifilm “Super CCD SR” con CFA

I sensori FUJI “Super CCD SR” sono dotati di color filter array, quindi ogni photosite cattura un’immagine monocromatica, ma all’interno vi sono ugualmente due elementi fotosensibili:

* uno di forma ottagonale, più grande rispetto al secondo, per catturare tutta la luce possibile incidente sull’elemento fotosensibile. Per questi fattori costruttivi questo photodetector è molto sensibile e quindi cattura con ridotto rumore di fondo le luci di bassa intensità. Questo significa poter distinguere gradazioni diverse di intensità luminosa anche per luci molto basse, distinguendole così anche dai disturbi causati dal rumore elettronico del photodetector;
* ed un altro di dimensioni più ridotte rispetto al primo per garantire una buona risposta anche in presenza di luci molto alte, il che significa poter distinguere gradazioni diverse di intensità anche per luci molto intense.

Questo accorgimento è stato studiato per consentire di ottenere immagini con una dinamica molto più elevata rispetto ad altri sensori, il che significa avere immagini con sfumature distinguibili su una maggiore estensione di luminosità rispetto ad altri sensori. L’effetto finale è che in una stessa scena si possono distinguere così contemporaneamente, sia le sfumature delle zone scure della scena ripresa, sia quelle più luminose. Con questi sensori le immagini catturate con 12 milioni di elementi fotosensibili producono immagini con una risoluzione di 6 megapixel. La Fujifilm nelle specifiche tecniche del sensore parla 12 milioni di pixel (per una risoluzione finale delle immagini di 6 megapixel), ma nelle descrizioni introduce il concetto di photosite.

Fedeltà cromatica – profondità colore

La percezione della qualità cromatica delle immagini dipende da più elementi:

* La fedeltà con la quale vengono catturati e registrati i dati di colore delle immagini. Questi sono compresi nel cosiddetto “spazio colore” adottato (sRGB o AdobeRGB) ed anche la diversa ampiezza dei due spazi colore può condizionare la fedeltà cromatica dell’immagine registrata.
* La fedeltà dei colori dipende comunque in modo rilevante anche dalla profondità colore con cui è registrato un file. Questo è un parametro che indica il dettaglio cromatico cioè l’intervallo minimo possibile fra due gradazioni di colore. Maggiore è la profondità colore (che si indica in bit), minore è l’intervallo fra due gradazioni di colore contigue. La trattazione più dettagliata relativa alla profondità colore si trova nella voce correlata RAW (immagine).
* La fedeltà dei colori registrati è sempre percepita attraverso il lavoro di una periferica (monitor, stampanti, ecc). Finora infatti s’è parlato solamente della fedeltà con la quale le immagini vengono catturate, elaborate e registrate, ben sapendo tuttavia che la fedeltà della visualizzazione – e di conseguenza della percezione – deriva anche da altri fattori che dipendono dalla fedeltà con la quale le periferiche di output forniscono immagini visibili. Queste presentano problematiche diverse relativamente alla fedeltà cromatica come il gamut di visualizzazione inteso come area dello spazio colore riproducibile da quella periferica, e come la profilazione della periferica stessa attraverso l’uso dei profili colore ICC e ICM che in ultima analisi sono files di dati che permettono la correzione nella periferica del colore visualizzato. Ad esempio, se con determinati dati di colore presenti in un’immagine, la periferica non riesce a riprodurli fedelmente secondo l’originale fotografato, o secondo tabelle di riferimento cromatico oggettivo, il profilo colore apporterà le necessarie correzioni alla periferica perché con i dati cromatici di quel file si ottengano le giuste corrispondenze cromatiche nell’immagine da visualizzare.

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Davide Spallacci Progettista Multimediale Blog

Luglio 8, 2008 · 1 Commento

Il progettista multimediale è una nuova professione che si va affermando nel campo della comunicazione e che deve accomunare capacità espressive di tipo artistico con duttilità, ma anche senso critico, nel recepire ogni novità nel campo tecnologico.

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