Progettista Multimediale Davide Spallacci

Messa a fuoco

Luglio 8, 2008 · Lascia un Commento

In linea generale, una fotografia viene considerata tecnicamente ben riuscita quando è dotata di nitidezza, ossia quando è perfettamente a fuoco. Questo vale, se non per tutto il fotogramma, almeno per il soggetto principale (in questa sede non si considerano le sfocature intenzionali, adottate per ottenere effetti espressivi particolari).

Pertanto le macchine fotografiche possiedono dispositivi che consentono di mettere a fuoco la zona che interessa; fanno eccezione solo le macchine fotografiche economiche, dove si ha un obiettivo a fuoco fisso che non consente la focheggiatura.

Mettere a fuoco significa intervenire sulla distanza obiettivo/pellicola, per fare in modo che l’obiettivo proietti sulla pellicola un’immagine nitida del soggetto da fotografare; le due condizioni estreme sono le seguenti:
Quando il soggetto è molto lontano dal punto di ripresa, l’obiettivo va regolato sull’infinito (in questo caso si ha la distanza minima tra obiettivo e pellicola);
Quando il soggetto è molto vicino al punto di ripresa, l’obiettivo va regolato sul punto di messa a fuoco ravvicinata (in questo caso si ha la distanza massima tra obiettivo e pellicola).

MESSA A FUOCO
Quando la messa a fuoco è sull’infinito (a sinistra),
la distanza tra obiettivo e pellicola è minore rispetto al caso di messa a fuoco sulla distanza minima (a destra).

I dispositivi per la regolazione e il controllo della messa a fuoco sono di vario tipo; eccone qualcuno, dai più semplici ai più sofisticati:
valutazione “stimata” della distanza del soggetto. L’obiettivo riporta dei simboli o una scala di distanze sulla ghiera della messa a fuoco, a cui si deve fare riferimento dopo aver valutato a occhio la distanza dal soggetto da fotografare;
telemetro; nel mirino l’immagine è sdoppiata quando è fuori fuoco;
stigmometro; è presente al centro del mirino delle reflex e spezza in due l’immagine non perfettamente a fuoco;
microprismi; sgranano l’immagine sfocata, mentre la ricompongono normalmente quando è a fuoco. Telemetro, stigmometro e microprismi sono tre dispositivi di messa a fuoco basati su principi del tutto simili;
vetro smerigliato; è la superficie su cui si forma l’intera immagine in un sistema reflex. Di per sé permette già una discreta valutazione della focheggiatura;
autofocus; dispositivo di messa a fuoco automatica, controllato elettronicamente dall’apparecchio, senza l’intervento dell’operatore.
Gli ultimi tre o quattro dispositivi citati possono essere presenti contemporaneamente.

MESSA A FUOCO
Esempio di mirino con zona centrale a stigmometro e microprismi.
(Mirino CANON)
Nelle moderne macchine fotografiche l’autofocus è molto diffuso e perfezionato; in questo caso, generalmente, l’automatismo può essere disinserito per effettuare una focheggiatura manuale.

Ulteriori, importanti approfondimenti sulla messa a fuoco si trovano nei capitoli che parlano di obiettivi, mirini e nitidezza.

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Angolo di campo

Luglio 8, 2008 · Lascia un Commento

ANGOLO DI CAMPO
Per un certo formato di fotogramma, la lunghezza focale di un obiettivo determina il suo angolo di campo. È importante notare che l’angolo di campo di un obiettivo non dipende soltanto dalla sua focale, ma anche dalla grandezza del fotogramma che esso deve coprire.

Fissiamo pertanto la nostra attenzione su uno dei formati più diffusi, ossia il 24×36 mm (dimensioni del fotogramma), detto anche 35 mm (dalla larghezza della pellicola perforata); in tale formato l’

obiettivo normale ha una lunghezza focale di 50 mm e ricopre la diagonale del fotogramma. Da semplici considerazioni geometriche si ricava che l’angolo di campo, in questo caso, è circa di 46°.



ANGOLO DI CAMPO
L’angolo di campo dipende dal formato del fotogramma e dalla lunghezza focale dell’obiettivo.
In un fotogramma 24×36 mm e con una focale di 50 mm, se si fa riferimento alla diagonale (43 mm) si ottiene un angolo di campo di circa 46°.
Se invece ci si riferisce al lato più lungo del fotogramma (36 mm), si ottengono 38°; questo è l’effettivo angolo di campo per inquadrature orizzontali (col la focale e il formato suddetti).

A parità di formato, un obiettivo di focale più lunga è caratterizzato da un angolo di campo più ristretto:

ANGOLO DI CAMPO
A parità di formato (diagonale del fotogramma, in rosso), l’angolo di campo cala al crescere della lunghezza focale (distanza obiettivo/pellicola).

Invece, a parità di lunghezza focale, si ottiene un angolo di campo più ampio usando un formato di fotogramma più grande.

ANGOLO DI CAMPO
A parità di lunghezza focale (distanza obiettivo/pellicola), l’angolo di campo cresce al crescere del formato (diagonale del fotogramma, in rosso).

La figura sottostante rappresenta graficamente il variare dell’angolo di campo al cambiare della focale, nel formato 24×36 mm.

ANGOLO DI CAMPO
All’aumentare della lunghezza focale diminuisce l’angolo di campo.
In figura i valori validi per il formato 24×36.

Più avanti vedremo come vengono classificati i vari obiettivi, a seconda del loro angolo di campo.

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SCELTA DEL PUNTO DI MESSA A FUOCO

Luglio 8, 2008 · Lascia un Commento

Non esistono regole precise per la messa a fuoco; tutto dipende dal tipo di fotografia che si vuole realizzare e dalle condizioni in cui ci si trova ad operare.

Per prima cosa bisogna avere ben chiaro il concetto di profondità di campo, la cui estensione, per un certo obiettivo, dipende dal diaframma utilizzato. Tuttavia non si può impostare a piacere il diaframma, perché la sua apertura va di pari passo coi tempi di otturazione necessari a realizzare un’esposizione corretta della pellicola.

Se si desidera che tutto ciò che è inquadrato venga a fuoco, si deve sfruttare al massimo la profondità di campo. Nel caso particolare che il punto più lontano sia all’infinito, si deve utilizzare la distanza iperfocale; se invece il punto più lontano dell’inquadratura non è all’infinito, si deve focheggiare ad una distanza inferiore all’iperfocale. Per il massimo della precisione bisogna fare riferimento alle apposite formule o tabelle; tuttavia i segni posti sugli obiettivi o il controllo visivo mediante il tasto di profondità di campo (se presente) sono in genere sufficienti. Un caso particolare è costituito dalla macrofotografia, dove la ricerca della massima profondità di campo è essenziale per il conseguimento di buoni risultati.

Non sempre però si desidera che l’inquadratura sia tutta perfettamente a fuoco; spesso, anzi, si va alla ricerca della sfocatura di determinate zone. Ad esempio, nel ritratto in genere si vuole a fuoco il volto, mentre gli elementi posti prima e dopo vanno sfocati. Lo scopo della sfocatura intenzionale è quello di isolare il centro dell’attenzione, sfocando ciò che non interessa.

Non è detto che si riesca sempre a intervenire sulla profondità di campo nella maniera ottimale; ad esempio, se la luce ambientale è scarsa e se la pellicola impiegata non è molto sensibile, non si può impostare un diaframma troppo chiuso, perché ad esso corrisponderebbe un tempo di otturazione troppo lungo per eseguire la fotografia a mano libera senza il pericolo di mosso. In casi simili a questo si può intervenire, almeno in linea teorica, in svariati modi: aumentare l’illuminazione ambientale (magari scegliendo un’ora della giornata più adatta), ricorrere al flash o al treppiede, impiegare una pellicola più sensibile, montare un obiettivo a focale più corta, allontanarsi dal soggetto.

In ogni caso dovrebbe essere evidente che il fotografo deve avere una grande padronanza della profondità di campo e degli elementi che la influenzano; inoltre deve avere un’idea esatta del tipo di fotografia che intende scattare: se non si conosce il bersaglio, non sarà mai possibile colpirlo…. Molto spesso la scelta del diaframma è legata a molteplici considerazioni, per cui generalmente si impone una scelta di compromesso, che sia in grado di soddisfare nel migliore dei modi i diversi parametri che servono a realizzare un’immagine come la si era pensata.

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Lunghezza focale

Luglio 8, 2008 · Lascia un Commento

In una lente convergente i raggi provenienti da un soggetto molto lontano (infinito) convergono in un punto. La distanza tra il centro della lente e il piano focale (piano su cui si forma l’immagine nitida del soggetto) è la lunghezza focale (o, più semplicemente, focale) di quella lente.

Nella realtà, ogni obiettivo fotografico è formato da un certo numero di lenti e non da una sola; tuttavia le considerazioni svolte in questa sede possono essere considerate valide anche per gli obiettivi reali, che pertanto schematizzeremo in una sola lente.

La lunghezza focale determina la grandezza dell’immagine sulla pellicola (rapporto di riproduzione). Questo fattore determina due conseguenze importanti. La prima è che a parità di distanza soggetto/obiettivo, un obiettivo di focale lunga produce un’immagine più grande rispetto a un obiettivo di focale corta.

RAPPORTO DI RIPRODUZIONE
A parità di distanza di ripresa, un obiettivo di focale più lunga produce un’immagine più grande.

Inversamente, per mantenere fissa la grandezza dell’immagine sulla pellicola al variare della lunghezza focale dell’obiettivo impiegato, dovremo variare la distanza da cui si riprende il soggetto, allontanandoci da esso con l’aumentare della lunghezza focale impiegata.

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Luminosità

Luglio 8, 2008 · Lascia un Commento

Si pensi ad una stanza dotata di una finestra, distante 3 metri dalla parete opposta; quindi ad un’altra stanza con una finestra identica alla precedente, ma distante il doppio dalla parete opposta. Ebbene, la prima parete sarà più illuminata della seconda, perché la stessa quantità di luce viene distribuita su una superficie più piccola. In termini pratici si dice che la prima parete è più luminosa; tale proprietà è legata, come si intuisce, alla misura della finestra e alla sua distanza dalla parete di fondo.

L’esempio ci serve per definire la luminosità di un obiettivo, ossia la sua capacità massima di trasmettere la luce: un obiettivo è tanto più luminoso quanta più luce fa arrivare alla pellicola.

La luminosità di un obiettivo dipende da due fattori: il diametro della lente frontale (la dimensione della finestra, nell’esempio della stanza) e la lunghezza focale (distanza della finestra dalla parete). In particolare, si definisce luminosità il rapporto tra la lunghezza focale e il diametro dell’obiettivo:

LUMINOSITÀ = lunghezza focale : diametro

La luminosità è chiamata anche apertura relativa e viene comunemente indicata con la lettera “f” seguita dalla barra “/” e dal numero che risulta dalla divisione suddetta. Ad esempio, l’espressione f/3 indica che il rapporto tra lunghezza focale e diametro è uguale a 3 (vedere figura). Altri modi meno diffusi per indicare la luminosità sono f.3 oppure 1:3.

LUMINOSITÀ
La luminosità di un obiettivo è espressa dal rapporto tra la lunghezza focale e il diametro della lente frontale dell’obiettivo. Nel caso di figura la luminosità è f/3.

Si noti che il numero che esprime la luminosità diminuisce al crescere della quantità di luce trasmessa; in altre parole, un obiettivo f/2 è più luminoso di un obiettivo f/4. Ciò è dovuto al fatto che il diametro dell’obiettivo compare al denominatore della frazione vista sopra: a parità di focale, se la lente frontale è più grande si ottiene come rapporto un numero più piccolo.

La luminosità di un obiettivo viene anche detta apertura relativa, che mette maggiormente in risalto che non si tratta di un valore assoluto, ma in relazione al diametro della lente frontale. (Si noti che in termini ottici più rigorosi bisognerebbe parlare di “diametro effettivo” dell’obiettivo e non di diametro della lente frontale).

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Iperfocale

Luglio 8, 2008 · Lascia un Commento

Dalla scheda precedente emerge che la profondità di campo, ossia la zona che risulta a fuoco in modo accettabile sul fotogramma, si estende sia davanti che dietro il piano di messa a fuoco; l’entità di questa estensione cresce col diminuire della lunghezza focale, col diminuire del foro d’apertura del diaframma e con l’aumentare del circolo di confusione accettabile.

Ne deriva che l’operazione di mettere a fuoco sull’infinito e di chiudere molto il diaframma non ha, spesso, molto senso, perché sarebbe come voler estendere la profondità di campo oltre l’infinito. In altre parole, se si è alla ricerca della massima nitidezza in tutto il fotogramma, conviene mettere a fuoco su un piano intermedio tra la fotocamera e l’infinito.

In base a calcoli di ottica geometrica, dopo aver fissato il diametro del circolo di confusione accettabile, la lunghezza focale e il diaframma che si intendono impiegare, si ottiene la cosiddetta distanza iperfocale, ossia la distanza di messa a fuoco che garantisce l’estensione della nitidezza fino all’infinito; verso l’operatore la zona da considerare a fuoco è pari alla metà della distanza iperfocale.

Esistono quindi delle tabelle che forniscono i valori delle distanze iperfocali a seconda delle lunghezze focali e dei diaframmi impiegati. Ad esempio, con un obiettivo di focale 50 mm e con diaframma 8, si ha una iperfocale di circa 10 metri; significa che in quelle condizioni la profondità di campo si estende da 5 metri fino all’infinito. Ci possono essere discordanze tra le varie tabelle, a seconda del diametro del circolo di confusione considerato accettabile.

L’animazione seguente mostra, in successione, i risultati che si ottengono mettendo a fuoco sull’infinito, su una zona intermedia, sul primo piano o sull’iperfocale.

IPERFOCALE
L’animazione mostra i diversi effetti al variare del piano di messa a fuoco e del diaframma impiegato.
L’indicatore grigio a sinistra evidenzia la posizione del piano di messa a fuoco (nell’ordine di successione: infinito, intermedio, primissimo piano, iperfocale).
Il fotogramma con l’indicatore grigio più ampio corrisponde alla focheggiatura sulla distanza iperfocale.
(Idea tratta da “Il libro della Leica”)

La perfetta conoscenza dei meccanismi che regolano la profondità di campo e l’iperfocale è indispensabile al fine di poter ottenere, in sede di scatto, l’effetto desiderato.

IPERFOCALE
Sugli obiettivi che possiedono la ghiera dei diaframmi in genere sono presenti i riferimenti che mostrano la zona a fuoco, a seconda del diaframma in uso e della distanza di focheggiatura.
I due esempi hanno in comune la distanza di messa a fuoco su 5 metri.
A sinistra le frecce indicano la profondità di campo che si ottiene col diaframma 4 (estesa all’incirca da 4,5 a 8 metri).
A destra si ha la profondità di campo con diaframma 16; come si vede, di ottiene tutto a fuoco da 2,5 metri all’infinito (è il caso dell’iperfocale).
(Obiettivo LEICA).

E’ opportuno che ci si eserciti sul campo, effettuando diversi scatti per provare le varie combinazioni suggerite in queste schede; su un foglio si devono scrivere i dati di ogni scatto, per potere valutare sulle stampe o in proiezione i differenti risultati.

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Metodi esposizione

Luglio 8, 2008 · Lascia un Commento

I DIVERSI METODI IN USO SULLE MACCHINE DIGITALI PER OTTENERE DELLE BUONE ESPOSIZIONI

Per ottenere un’esposizione perfetta, tutte le macchine fotografiche fanno affidamento ad un esposimetro. In commercio sono presenti svariati modelli, ma quelli che equipaggiano le diverse macchine fotografiche digitali si possono dividere in due categorie:

  • quelli che misurano la luce che colpisce il sensore

  • quelli che misurano la luce che arriva sulla macchina.

Nella maggior parte dei casi é il primo dei due, che é il più complesso ed il più preciso.

LA MISURA TTL

La maggior parte delle macchine fotografiche utilizzano il sistema di misura comunemente denominato TTL (Through the lens) indicando in questa sigla che la luce misurata é la stessa ricevuta dal sensore. La misura della luce puó essere realizzata tramite diversi metodi, tra cui i principali sono:

  • media con prevalenza centrale

  • a matrice

  • spot

Ogni metodo definisce la maniera con la quale é misurata la luce su tutta la superfice del sensore, ovvero della scena inquadrata. Per le esposizioni “di tutti i giorni”, la maggior parte delle macchine fotografiche utilizza una misura o una MEDIA CON PREVALENZA CENTRALE o una misura MATRICIALE che producono entrambe una misura media, ideale per quasi tutte le situazioni. La misura SPOT é riservata a delle applicazioni particolari, che domandano una misura precisa in un sol punto, ignorando il resto dell’immagine.

LA MISURA MEDIA CON PREVALENZA CENTRALE

È il sistema più comune, esso valuta l’intensità della luce arrivata al centro dell’immagine e distribuisce dei gradi d’importanza alle diverse parti della scena in base al loro posizionamente rispetto al centro. Questo significa che quello che é misurato al centro, chiaro o scuro, avrà un impatto importante sulla media effettuata, e di conseguenza sulla coppia velocità/apertura che sarà scelta per l’esposizione. Inquadrando un soggetto scuro, quindi, la macchina puó produrre un’immagine correttamente esposta per il soggetto centrale ma con tutto l’ambiente circostante sottoesposto. Il contrario é rispettiamente vero. Grosse difficoltà infatti sono date quando bisogna fotografare scene con grandi variazioni di luce, per esempio paesaggi con forti luci ed ombre. In queste condizioni e con questo tipo di misura della luce, si otterrà un’esposizione esatta soltanto misurando prima una zona scura, poi una chiara e facendo una media tra le due misure avute.

LA MISURA A MATRICE

Questa modalità di misura analizza la luce di una scena con molta precisione. Il sistema, infatti, divide l’immagine in sezioni e misura la luce in ognuna di esse, in modo indipendentemente l’una dall’altra. La maniera in cui l’immagine é divisa, la forma delle sezioni e il numero di misure realizzate, causano una grande differenza nel valore finale dato all’esposizione. Ogni fabbricante utilizzerà un sistema diverso, nonché un diverso algoritmo per calcolare al meglio, la velocità e l’apertura del diaframma per realizzare una foto perfetta. Questo sistema di misura funziona

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Esposizione

Luglio 8, 2008 · Lascia un Commento

Nella scheda del Capitolo 1 dedicata alla pellicola abbiamo accennato all’emulsione, ossia allo strato sensibile all’azione della luce. Questa “impressiona” i cristalli di sali d’argento dispersi nella gelatina, formando la cosiddetta immagine latente, che verrà evidenziata dallo sviluppo della pellicola. In questo processo i cristalli di sali d’argento anneriscono là dove sono stati colpiti dalla luce.

EMULSIONE SVILUPPATA
L’ingrandimento al microscopio mostra i sali d’argento anneriti dallo sviluppo, che evidenzia l’immagine latente formatasi al momento dello scatto. I cristalli si sali d’argento diventano tanto più neri quanta più luce ricevono.

Al momento dello scatto, se la pellicola riceve troppa luce i cristalli anneriscono eccessivamente, mentre l’annerimento è scarso se la quantità di luce è stata insufficiente. In entrambi i casi avremo una brutta fotografia.

Questo significa che quando si scatta una fotografia bisogna fare in modo che alla pellicola giunga la giusta quantità di luce; tale quantità viene regolata da due elementi: l’otturatore e il diaframma.

Naturalmente il tutto dipende anche dalla sensibilità della pellicola: ne esistono tipi poco sensibili che necessitano di molta luce per essere correttamente impressionate, mentre ne basta poca per quelle più sensibili.

In questa scheda facciamo soltanto un cenno ai concetti di otturatore e diaframma, servendoci di una similitudine ormai classica. Immaginiamo che la pellicola sia rappresentata da un recipiente, tanto più grande quanto minore è la sensibilità della pellicola: una emulsione poco sensibile necessita di molta luce e, inversamente, una emulsione molto sensibile deve ricevere poca luce.
Ebbene, per riempire il recipiente che rappresenta la pellicola possiamo agire su due elementi: l’apertura del rubinetto e il tempo in cui lo lasciamo aperto.

SCHEMATIZZAZIONE DELL’ESPOSIZIONE
Se rappresentiamo una pellicola con un recipiente da riempire, possiamo agire sull’apertura del rubinetto (che fa le veci, in questa schematizzazione, del diaframma) o sul tempo in cui esso rimane aperto (tempo di posa dell’otturatore).

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Angolo di campo

Luglio 8, 2008 · Lascia un Commento

Per un certo formato di fotogramma, la lunghezza focale di un obiettivo determina il suo angolo di campo. È importante notare che l’angolo di campo di un obiettivo non dipende soltanto dalla sua focale, ma anche dalla grandezza del fotogramma che esso deve coprire.

Fissiamo pertanto la nostra attenzione su uno dei formati più diffusi, ossia il 24×36 mm (dimensioni del fotogramma), detto anche 35 mm (dalla larghezza della pellicola perforata); in tale formato l’obiettivo normale ha una lunghezza focale di 50 mm e ricopre la diagonale del fotogramma. Da semplici considerazioni geometriche si ricava che l’angolo di campo, in questo caso, è circa di 46°.

ANGOLO DI CAMPO
L’angolo di campo dipende dal formato del fotogramma e dalla lunghezza focale dell’obiettivo.
In un fotogramma 24×36 mm e con una focale di 50 mm, se si fa riferimento alla diagonale (43 mm) si ottiene un angolo di campo di circa 46°.
Se invece ci si riferisce al lato più lungo del fotogramma (36 mm), si ottengono 38°; questo è l’effettivo angolo di campo per inquadrature orizzontali (col la focale e il formato suddetti).

A parità di formato, un obiettivo di focale più lunga è caratterizzato da un angolo di campo più ristretto:

ANGOLO DI CAMPO
A parità di formato (diagonale del fotogramma, in rosso), l’angolo di campo cala al crescere della lunghezza focale (distanza obiettivo/pellicola).
Invece, a parità di lunghezza focale, si ottiene un angolo di campo più ampio usando un formato di fotogramma più grande.

ANGOLO DI CAMPO
A parità di lunghezza focale (distanza obiettivo/pellicola), l’angolo di campo cresce al crescere del formato (diagonale del fotogramma, in rosso).
La figura sottostante rappresenta graficamente il variare dell’angolo di campo al cambiare della focale, nel formato 24×36 mm.

ANGOLO DI CAMPO
All’aumentare della lunghezza focale diminuisce l’angolo di campo.
In figura i valori validi per il formato 24×36.
Più avanti vedremo come vengono classificati i vari obiettivi, a seconda del loro angolo di campo.

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Diaframma

Luglio 8, 2008 · Lascia un Commento

Nella scheda precedente abbiamo visto la luminosità o apertura di un obiettivo, che si riferisce al diametro massimo del fascio luminoso che gli passa attraverso. Ogni obiettivo (tranne quelli estremamente economici) possiedono un dispositivo meccanico che limita le dimensioni di questo fascio luminoso: si tratta del diaframma. La presenza del diaframma è necessaria per diversi motivi, che vedremo in dettaglio più avanti: profondità di campo, esposizione, resa ottica.

Generalmente il diaframma è inserito tra le lenti dell’obiettivo ed è costituito da una serie di lamelle a iride, che possono essere chiuse o aperte per regolare il flusso luminoso che passa attraverso l’obiettivo.

DIAFRAMMA A IRIDE
Una serie di lamelle poste all’interno dell’obiettivo regolano l’apertura che lascia passare la luce, chiudendola in maggiore o minore misura rispetto all’apertura massima.

È evidente che quando si chiude il diaframma si altera l’apertura relativa dell’obiettivo, in quanto si riduce il diametro del foro di passaggio della luce. La luminosità di un obiettivo è quella che corrisponde alla massima apertura del diaframma.

Nelle macchine fotografiche si può avere un diaframma manuale (azionato mediante la rotazione di una ghiera) o un diaframma automatico (impostato dal dispositivo di esposizione automatica).

Sulla ghiera o nel mirino ad ogni apertura di diaframma corrisponde un numero di apertura relativa, espresso come valori “f/”, ossia col criterio già visto per la luminosità. In altre parole, il diaframma effettivamente impostato viene contraddistinto da un valore f/ corrispondente al rapporto tra lunghezza focale e il diametro lasciato aperto dalle lamelle a iride. Così, un diaframma f/4 indica che il foro del diaframma è compreso 4 volte nella lunghezza focale (foro piccolo), mentre f/2 indica che vi è compreso solo 2 volte (foro grande).

APERTURE DI DIAFRAMMA
Uno stesso obiettivo diaframmato in due modi diversi.
A una maggiore chiusura del foro di passaggio della luce corrisponde un valore f/ più alto.
Il diametro dell’apertura f/2 è il doppio del diametro dell’apertura f/4; per la proporzione tra lunghezze e rispettive aree, risulta che la quantità di luce che passa attraverso un f/2 è quattro volte più grande di quella che passa attraverso un f/4.

La scala dei diaframmi è unificata a livello internazionale e viene espressa da una serie di numeri che parte da 1 (diaframma uguale alla lunghezza focale) e procede con valori che via via corrispondono alla metà della quantità di luce trasmessa:

Il diaframma 1.4 (o 1,4 se si preferisce) fa passare la metà della luce rispetto al diaframma 1; il diaframma 2 fa passare la metà del diaframma 1.4 e così via. Si noti che 1.4 è la radice quadrata di 2 (proporzione tra lunghezze ed aree) e che i numeri sono alternativamente il doppio dei precedenti (arrotondando il doppio di 5.6 a 11).

Nelle fotocamere più semplici ed economiche al posto dei numeri compaiono dei simboli di diaframma (come sole, cielo coperto e cielo nuvoloso) per indicare in modo approssimativo l’apertura di diaframma da adottare (in questi casi ci si riferisce alla giusta esposizione della pellicola, in relazione alle condizione di luce).

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